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Fili che uniscono, le relazioni si intrecciano grazie a un laboratorio di uncinetto: a Villa Fernandes un corso gratuito

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Con il laboratorio “Fili che uniscono” l’uncinetto si trasforma da pratica artigianale a dispositivo sociale capace di generare inclusione, benessere e partecipazione attiva.
Da un lato i fili veri, quelli “materiali”, mediante i quali poter realizzare prodotti artigianali e dall’alto i fili virtuali, quelli che creano legami e ponti.
Il progetto – curato da Daniela De Blasio e in fase di svolgimento a Villa Fernandes – si inserisce in una linea sempre più rilevante delle politiche culturali contemporanee: quella dei laboratori aperti e ideati come spazi di welfare leggero, accessibile e diffuso. Non un corso strutturato, ma un ambiente informale, soprattutto gratuito e assolutamente inclusivo, dove l’apprendimento si intreccia con la dimensione relazionale.

«Ho imparato da sola, come si faceva una volta, quando certi saperi si tramandavano semplicemente condividendoli», racconta De Blasio, chiarendo subito la radice esperienziale del progetto. Dopo anni di pausa, il ritorno all’uncinetto ha coinciso con la scoperta di un cambiamento significativo: «Nuove tecniche, nuovi materiali, ma soprattutto un accesso sempre più costoso, non alla portata di tutti». E non ultimo il modo di vivere la quotidianità completamente cambiato. Da qui la scelta di riportare questa pratica alla sua dimensione originaria: accessibile, comunitaria, umana.

Inclusione e condivisione

Dal punto di vista tecnico-sociale, “Fili che uniscono” si configura come un laboratorio di socialità generativa. L’uncinetto diventa uno strumento di mediazione: favorisce la concentrazione, riduce lo stress e crea un contesto favorevole allo scambio interpersonale. «Non proprio un corso, ma uno spazio dove imparare insieme, senza pressione, dove l’errore diventa parte del percorso e il tempo rallenta», spiega la promotrice. Un’impostazione coerente con le più recenti pratiche di inclusione sociale basate su attività manuali e creative.
Il dato delle oltre 100 richieste di partecipazione rappresenta un indicatore significativo della domanda latente di luoghi di aggregazione non competitivi, soprattutto in contesti urbani dove le fragilità sociali si manifestano anche attraverso isolamento e mancanza di reti.

All’interno del laboratorio, l’apprendimento tecnico si intreccia con la costruzione di legami. «Nel laboratorio non si apprendono solo tecniche, ma nascono relazioni. Persone che non si conoscevano iniziano a condividere tempo, esperienze e storie». Un processo che evidenzia come pratiche apparentemente semplici possano attivare dinamiche di comunità, contribuendo alla coesione sociale.

I valori

Il valore del progetto, infatti, non risiede esclusivamente nei manufatti realizzati, ma nella capacità di generare appartenenza. «Molte partivano da zero, ma tutte sono riuscite a creare qualcosa e, soprattutto, a sentirsi parte di un gruppo». È qui che l’uncinetto si trasforma in linguaggio sociale: un gesto ripetitivo che diventa occasione di ascolto, scambio e riconoscimento reciproco.
“Fili che uniscono” si colloca così in una prospettiva di replicabilità: un modello leggero, sostenibile e adattabile ad altri contesti territoriali. «Questo progetto vuole crescere, uscire dai suoi confini e raggiungere nuovi luoghi, per continuare a unire ciò che spesso resta separato», conclude De Blasio.

In un tempo segnato da frammentazione sociale, esperienze come questa dimostrano come anche pratiche tradizionali possano essere reinterpretate in chiave contemporanea, diventando strumenti efficaci di inclusione. Perché, come suggerisce il titolo stesso, a volte basta un filo per ricucire distanze molto più ampie.
Per prendere parte al corso (disponibili numerose date fino a fine primavera) è necessario iscriversi inviando un messaggio al numero whatsapp 349441 8396.

 

di Nadia Labriola 

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