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Senza Iban non c’è contratto: quando la burocrazia frena l’inclusione

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Nell’area vesuviana oltre 160 persone, regolarmente soggiornanti in Italia, si trovano intrappolate in un circuito burocratico che impedisce loro di accedere a un conto corrente e, di conseguenza, a un contratto di lavoro regolare. Il risultato è un paradosso che alimenta marginalità e sfruttamento: senza residenza non si apre un conto, senza conto non si firma un contratto, senza contratto non si ottiene una casa.

A sollevare il problema è la Rete Vesuviana Solidale, insieme a Recosol – Rete delle Comunità Solidali e al Cnca Campania, realtà che da anni operano sul territorio per favorire inclusione, diritti e percorsi di autonomia. Le associazioni seguono lavoratori stranieri che, pur avendo titolo di soggiorno, non riescono ad accedere al cosiddetto “conto di base”, lo strumento pensato proprio per chi vive in condizioni economiche fragili.

Secondo quanto denunciato dalla rete, le difficoltà nell’apertura del conto corrente presso diversi uffici postali dell’area napoletana stanno di fatto ostacolando percorsi di regolarizzazione lavorativa già possibili. Una situazione che non riguarda singoli casi isolati, ma un fenomeno strutturale che incide direttamente sulle politiche di inclusione e sul contrasto al lavoro nero.

Il nodo principale è la residenza anagrafica. Molti richiedenti asilo sono in possesso di permessi temporanei o della ricevuta di fotosegnalamento, documento che per legge è equiparato al titolo di soggiorno e valido come documento di riconoscimento. Tuttavia, in assenza di residenza o carta d’identità, l’accesso a strumenti bancari essenziali diventa un percorso ad ostacoli.

Le organizzazioni del terzo settore hanno quindi chiesto un tavolo di confronto ai vertici di Poste Italiane e intendono portare la questione anche all’attenzione del Ministero del Lavoro. L’obiettivo non è polemico, ma sistemico: chiarire procedure, uniformare interpretazioni, evitare che la discrezionalità operativa produca esclusione sociale.

 L’accesso ai servizi finanziari di base rappresenta oggi una condizione indispensabile per l’inclusione lavorativa e sociale: senza un Iban non è possibile ricevere uno stipendio, sottoscrivere un contratto regolare, accedere a misure di sostegno o dimostrare stabilità economica per ottenere un affitto.

Il rischio concreto è che l’assenza di strumenti formali finisca per alimentare il lavoro irregolare, vanificando gli sforzi di imprenditori disponibili alla regolarizzazione e indebolendo le politiche pubbliche di integrazione.

In questo scenario, il volontariato svolge un ruolo fondamentale: accompagna le persone nei percorsi amministrativi, dialoga con le istituzioni, monitora le criticità e prova a trasformare casi individuali in questioni collettive da affrontare con strumenti adeguati.

di Francesco Gravetti

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