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Contro la noia, fino al precipizio: al Ridotto del Mercadante il racconto del vuoto esistenziale che attraversa le nuove generazioni
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La Noia di Manuel Di Martino (spettacolo andato in scena al Ridotto del teatro Mercadante fino allo scorso 10 maggio) inquieta ben oltre il fatto di cronaca da cui prende avvio soprattutto perché racconta l’eccezione che rischia di diventare regola. La vicenda del senzatetto bruciato vivo — eco dichiarata del caso di Verona del 2017 — non viene infatti trattata come l’aberrazione di pochi individui deviati, bensì come il punto terminale di una tensione che appartiene diffusamente al presente: l’ossessione di sentire qualcosa, qualunque cosa, purché abbastanza forte da interrompere l’anestesia.
Il dispositivo inventato da Di Martino è tanto semplice quanto feroce. Quattro ragazzi si incontrano nel “Tempio” e si sfidano a inseguire l’attimo più intenso dell’esistenza altrui, a rubarlo, a reincarnarlo, a farlo proprio. Non importa se quell’attimo sia dolore, desiderio, lutto, violenza o amore: ciò che conta è l’intensità. Conta che la vita, finalmente, si faccia sentire. Fino a quando Renato (uno di loro, il leader) non confessa di aver bruciato vivo un clochard. A quel punto scatta (diremmo: finalmente) il cortocircuito.
Renato, quando rivendica di aver voluto “alzare l’asticella”, pronuncia forse la frase più contemporanea dell’intero testo. È la formula motivazionale che attraversa il lavoro, lo sport, i social, perfino le relazioni. Bisogna sempre superarsi, intensificarsi, eccedere il livello precedente. E l’asticella, una volta trasformata in principio morale, non può più restare ferma; esige continuamente che qualcuno la superi ancora. In questo senso La Noia coglie qualcosa di profondamente generazionale: il rischio che l’aspirazione, privata di qualunque misura, finisca per diventare una forma di violenza. Perché laddove ogni esperienza debba necessariamente essere più intensa della precedente, la vita ordinaria diventa insufficiente, opaca, quasi offensiva.
I personaggi
E allora la noia non appare più come semplice assenza di stimoli, ma come incapacità di abitare il tempo comune. È significativo che il “Tempio” sia costruito attorno al racconto: i protagonisti non vivono davvero se non quando possono trasformare ciò che accade in materia condivisibile, performativa, degna di essere rilanciata allo sguardo degli altri. Sembra quasi che l’esperienza, per esistere, debba essere continuamente validata. Non è difficile riconoscere in questo meccanismo un riflesso dell’ecosistema contemporaneo, dove l’intensità viene consumata rapidamente.
In questo equilibrio instabile, Thomas emerge come il personaggio più fragile e insieme più rivelatore. Quando, nel finale, lascia intuire che ad averlo trascinato dentro il gioco sia stato l’amore (o comunque un desiderio di prossimità, di appartenenza, di attrazione) lo spettacolo introduce improvvisamente una crepa inattesa. Perché fino a quel momento sembrava che il contrario della noia fosse soltanto l’eccesso; Thomas invece suggerisce che all’origine vi sia un bisogno affettivo, una fame di legame. E tuttavia è proprio lui a risultare il più debole, divorato dalla necessità di essere riconosciuto dagli altri. Come se Di Martino volesse insinuare che, in una generazione incapace di nominare fino in fondo i propri desideri emotivi, perfino l’amore finisca per assumere la forma di una dipendenza dal gruppo, di una disponibilità a lasciarsi trascinare oltre il limite pur di non essere esclusi.
Gli adulti
La Noia è anche uno spettacolo sugli adulti, benché gli adulti non compaiano mai in scena. Aleggia la figura del padre evocato e assente, così come quella della vittima, ridotta quasi a vuoto simbolico. Gli adulti sono il grande fuori campo dell’opera: non intervengono, non educano, non ascoltano, non comprendono. Ma sarebbe troppo semplice leggerne l’assenza come una mera accusa pedagogica. Più sottilmente, lo spettacolo sembra domandare se il vuoto dei giovani non sia anche il prodotto di un mondo adulto che ha trasmesso soprattutto il culto della performance, dell’eccezionalità, dell’intensità permanente, salvo poi scandalizzarsi quando quella logica venga portata alle sue conseguenze estreme.
Di Martino evita intelligentemente il moralismo proprio perché non costruisce mostri. I quattro protagonisti restano riconoscibili, attraversati da ironia, desiderio, vulnerabilità, slanci quasi infantili. È questo a disturbare davvero: la sensazione che il precipizio non si apra in un altrove incomprensibile, ma dentro dinamiche quotidiane, dentro parole che utilizziamo continuamente, dentro quell’ansia di vivere “qualcosa di forte” che il presente incoraggia senza tregua.
Alla fine La Noia lascia addosso una domanda più scomoda di qualunque condanna morale: che cosa accada a una società quando l’intensità diventi l’unico criterio possibile dell’esistenza, e quando tutto ciò che non produca eccitazione immediata — il silenzio, la lentezza, la cura, perfino l’amore — venga percepito come insufficiente. In quel vuoto, allora, non cresce soltanto la violenza. Cresce l’incapacità di riconoscere valore a una vita che non morda continuamente.
di Francesco Gravetti






