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«Quando il denaro diventa controllo»: il racconto della violenza economica sulle donne L’INTERVISTA
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In Italia l’indipendenza economica delle donne non rappresenta ancora un asset strutturale, ma rimane spesso una condizione subordinata a dinamiche familiari e disparità sistemiche. I dati aggiornati al primo trimestre del 2026 evidenziano come la violenza economica sia un fenomeno radicato, frequentemente propedeutico a forme più gravi di abuso fisico e psicologico, pur risultando ancora ampiamente sottostimato. Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, infatti, il 40% delle donne in Italia ha subito una forma di violenza economica.
L’indicatore più allarmante riguarda l’accesso diretto ai mezzi di sussistenza: il 42% delle donne italiane non è titolare di un conto corrente personale, operando esclusivamente attraverso conti cointestati o delegando interamente la gestione finanziaria al partner. Per il 14% del campione, la privazione è totale; non esiste alcuna possibilità di spesa autonoma senza una previa autorizzazione. A questo scenario si aggiunge il dato previdenziale della Cisl di aprile 2026, secondo cui il 48,2% delle pensioni femminili è attualmente inferiore ai 750 euro mensili, frutto di carriere interrotte e divari retributivi che alimentano una dipendenza economica perpetua.
Le radici di questa disparità sono anche culturali. Gli stereotipi persistenti rilevati dall’ISTAT confermano una visione ancora patriarcale della famiglia, dove il 6,3% della popolazione ritiene che le decisioni più importanti spettino all’uomo, il 17,2% che sia suo compito provvedere alle necessità economiche e il 20,2% che la cura dei figli debba essere esclusiva responsabilità delle madri.

Manuela Morra
Questo squilibrio di potere appare strettamente correlato ai dati del Global Gender Gap Report 2025, che individua nel divario occupazionale il principale motore della dipendenza indotta. In un simile contesto, la capacità di reazione a scenari domestici abusivi viene drasticamente annullata dalla mancanza di risorse immediate. Il denaro smette di essere uno strumento di sussistenza e diventa, in casi disfunzionali, un dispositivo di controllo. Per esaminare i protocolli di manipolazione che sottendono a queste dinamiche e l’impatto della privazione materiale sulla psiche delle vittime, abbiamo chiesto un’intervista alla dottoressa Manuela Morra, psicoterapeuta (in foto).
La violenza economica è spesso definita un abuso “invisibile” poiché priva di segni fisici. Quali sono i primi segnali d’allarme, anche minimi, che dovrebbero far sospettare una deriva autoritaria nella gestione delle finanze? In altri termini, quando la gestione familiare condivisa cessa di essere un supporto e diventa una trappola per l’autonomia?
«Il tema della gestione del denaro è un argomento estremamente complesso e delicato che, inevitabilmente, emerge con forza nelle relazioni di coppia poiché il denaro rappresenta, in ultima analisi, una forma di potere. Nello specifico, la violenza economica è un aspetto ancora poco conosciuto e raramente trattato dai mass media o dai programmi che si occupano di abusi. Si tratta di una forma di violenza sottile, invisibile e subdola, che non lascia le tracce evidenti tipiche della violenza fisica, ma che spesso si accompagna alla violenza psicologica. Si può parlare di violenza economica quando la libertà della partner viene limitata attraverso un controllo costante, un limite o un’intromissione sistematica nella gestione delle finanze. Quando una persona non può accedere in autonomia alle risorse o a un conto bancario, finisce per dipendere totalmente dall’altro. Quest’ultimo acquisisce un potere assoluto, arrivando a monitorare ogni minima spesa o uscita effettuata dalla partner. Questa forma di abuso si manifesta anche quando viene impedito alla donna di lavorare. Spesso ciò avviene sotto il pretesto che “non servono due stipendi” o con l’invito a dedicarsi esclusivamente alla casa e ai figli. In questo modo, si riduce drasticamente lo spazio di autonomia della donna, privandola della possibilità di guadagnare e di essere padrona delle proprie risorse. Infine, la violenza economica si configura anche attraverso la creazione di debiti a nome della partner a sua insaputa o contro la sua volontà»
Analizzando l’identikit del maltrattante, notiamo spesso che il controllo economico viene “venduto” come una forma di protezione. Esistono dei modelli comportamentali o dei momenti di vulnerabilità della vittima che agevolano questa narrazione manipolatoria?
«È necessario precisare la necessità, quando parliamo di un argomento del genere, di creare una cornice di contesto che ci permetta di comprendere e spiegare determinate dinamiche. Questa precisazione è fondamentale perché dobbiamo tenere a mente che la relazione tra il genere femminile e il denaro è frutto di un percorso molto lungo e complesso, che ribadisce una differenza storicamente esistente tra l’approccio maschile e quello femminile ai soldi. Non dimentichiamo che, in epoche passate, le donne erano considerate ricche solo in quanto mogli di uomini facoltosi; erano definite benestanti unicamente per il vincolo strettissimo che le legava ai mariti, senza poter disporre nemmeno delle proprietà che portavano in dote nel matrimonio. Bisogna aspettare la metà del XIX secolo affinché le cose inizino a cambiare. Rispetto all’identikit dell’uomo che utilizza il potere economico per agire una forma di violenza, va precisato che non esiste un profilo specifico, quanto piuttosto delle modalità comportamentali ricorrenti. Come accennato, quando emerge il bisogno di controllo, il denaro diventa lo strumento che determina cosa la partner possa o non possa fare. Questo accade, ad esempio, quando i soldi stabiliscono un potere rigido attraverso frasi come “i soldi sono miei e decido io”, oppure quando il controllo viene mascherato da protezione o senso di responsabilità, con giustificazioni del tipo: “sono più incline a gestire bene le finanze” o “ho più dimestichezza, affidati a me perché sono più competente”. Spesso queste dinamiche affondano le radici nei modelli delle famiglie d’origine, dove il denaro era usato come strumento di potere, configurandosi quindi come una modalità appresa. Esistono inoltre situazioni che rendono la donna particolarmente vulnerabile: la partenza da una condizione di coppia monoreddito, la perdita dell’impiego, l’interruzione lavorativa a causa della maternità o eventi critici come una separazione. La vulnerabilità aumenta anche in presenza di squilibri di potere dettati da differenti status sociali, diversa cittadinanza o una marcata differenza d’età. Infine, un aspetto su cui prestare massima attenzione è l’utilizzo del denaro come strumento di premio o punizione: dover chiedere il permesso per utilizzare risorse comuni o essere sistematicamente scoraggiate quando si manifesta il desiderio di iniziare a lavorare e mettersi in gioco professionalmente sono segnali inequivocabili di questa dinamica»
Dottoressa, quanto pesano ancora i retaggi di una cultura maschilista sulla percezione che le donne hanno del proprio diritto al reddito? Sembra quasi che esista un timore reverenziale o una mancanza di legittimazione in ambiti come la finanza o la gestione della carriera
«Un altro passaggio fondamentale su cui è necessario prestare attenzione è il fatto che, sia per quanto riguarda la gestione economica sia per temi come la sessualità, proveniamo da culture profondamente maschiliste. Dobbiamo quindi inevitabilmente considerare la fatica che il genere femminile compie, ha compiuto e continua a compiere per sentirsi legittimato in questi ambiti. Basti pensare alle persistenti disparità nelle promozioni e nelle carriere, con professioni che restano ancora oggi maggiormente ad appannaggio maschile. Allo stesso modo, esiste tuttora una disparità di guadagno e di stipendio tra uomini e donne. Tutti questi aspetti aleggiano nella società attuale e vanno inevitabilmente a impattare sul tema della violenza economica che stiamo trattando»
C’è un aspetto paradossale che riguarda le donne con carriere consolidate e alti livelli di istruzione. Perché proprio chi ha faticato per ottenere un riconoscimento sociale sembra avere più difficoltà ad ammettere di essere vittima di violenza economica?
«È una sfumatura cruciale. Le donne che hanno raggiunto ruoli apicali e indipendenza economica faticano maggiormente a denunciare un cambiamento o una criticità nella propria vita lavorativa e finanziaria. Qui subentra una forte dissonanza cognitiva: la donna, forte del proprio percorso di ascesa sociale, si sente in dovere di saper gestire autonomamente ogni situazione economica. Questo innesca un profondo senso di vergogna e la spinge a razionalizzare o minimizzare l’abuso. A ciò si aggiunge l’investimento emotivo. Più il legame è stato considerato valido e centrale nella propria vita, più diventa doloroso riconoscere di trovarsi all’interno di una dinamica abusante»
Di fronte a questo “annebbiamento” emotivo e alla perdita di lucidità, qual è il percorso pratico e psicologico per riprendere in mano la propria vita? Da dove deve iniziare una donna per rompere la catena della dipendenza?
«Esistono delle dinamiche, soprattutto quando parliamo di relazioni abusanti e di forme di dipendenza, in cui si perde la lucidità. Questo non accade per mancanza di intelligenza o per l’incapacità di vedere le cose, ma semplicemente perché il coinvolgimento emotivo e l’investimento affettivo sono tali da rendere difficile osservare con chiarezza i modelli relazionali che si stanno vivendo con il partner. Innanzitutto, il primo passaggio fondamentale è cominciare a dare un nome preciso a quello che si sta subendo. Al di là del cercare definizioni teoriche, è utile soffermarsi su situazioni concrete. Per esempio: quanta fatica devo fare per disporre del denaro? Quante spiegazioni o giustificazioni devo fornire prima di poter effettuare un prelievo in banca per qualcosa che reputo importante? Un altro passaggio d’aiuto è il confronto con qualcuno che sia esterno alla dinamica: una persona non coinvolta è chiaramente più lucida e può rappresentare un parametro di realtà prezioso. È importante anche partire dall’ascolto delle proprie sensazioni: cosa succede dentro di me quando affronto questo argomento con il partner? Provo ansia? Mi sento in colpa? Ho paura? Faccio fatica a chiedere o a tirare fuori argomenti inerenti alla questione economica? In questi casi, il supporto psicoterapeutico è ovviamente prezioso. Si tratta di un’opportunità che una donna può concedersi per avere uno spazio neutro e obiettivo dove poter analizzare, insieme a un terapeuta, tutte le sfumature della relazione. Questo permette di ottenere una lettura e una visione molto più chiara della propria situazione. Come dicevamo all’inizio, la violenza economica si affianca spesso ad altre forme di abuso; se si subisce violenza psicologica, esiste inevitabilmente una forma di dipendenza. Riconoscerla è molto doloroso e faticoso, perciò avvalersi dell’ausilio di un professionista esterno e non coinvolto rappresenta un passaggio cruciale e un primo fattore di grande aiuto per comprendere appieno ciò che si sta vivendo»
di Carmela Cassese






