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Aborto in Italia, quando mancano i dati parlano le storie,intervista a Federica Di Martino
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«La prossima volta chiudiamole le gambe», chiedo scusa piangendo. «Ho pensato: stai zitta o non ti opera, chiedi scusa che è solo colpa tua». Salgo sul lettino. Il medico esordisce chiedendomi: «Chi dobbiamo ringraziare per questo regalo, il marito o l’amante?». Se questa scena sembra difficile da credere è perché, nella maggior parte dei casi, storie così non arrivano mai davvero nello spazio pubblico. Restano dove sono nate: nella memoria di chi le ha vissute. Raccontate forse a un’amica, qualche volta a una terapeuta. Quasi mai fuori da lì. È proprio da questo punto che parte il lavoro della psicoterapeuta Federica Di Martino, che ha iniziato a raccogliere testimonianze di donne che hanno affrontato un’interruzione volontaria di gravidanza. Non statistiche, non opinioni, ma vita reale. Da questo ascolto è nata la pagina “Igv e sto benissimo”, che nel giro di poco tempo si è trasformata in un luogo di raccolta inatteso, una sorta di archivio informale di memoria collettiva. Arrivano messaggi privati, email, racconti scritti di getto o rielaborati a distanza di anni. Alcuni sono durissimi: visite mediche trasformate in momenti di giudizio, battute fuori luogo, interrogatori e inquisizioni.
Ma non è solo questo. Scorrendo le testimonianze emerge un dato interessante: l’esperienza dell’IVG non ha un solo registro emotivo. Accanto ai racconti più difficili compaiono anche storie diverse, spesso meno rappresentate nel discorso pubblico. Donne che descrivono la scelta come lucida, ponderata. Donne che parlano di sollievo, di equilibrio ritrovato, di una decisione vissuta senza il senso di colpa che spesso viene dato per scontato. È probabilmente qui che il progetto trova la sua cifra più originale. La pagina non propone una narrazione alternativa a quella dominante: la allarga. Il risultato è un archivio che cresce giorno dopo giorno, soprattutto su Instagram e Facebook, e che funziona anche come luogo di riconoscimento. Chi legge spesso si imbatte in qualcosa di familiare, che diventa per molte donne una constatazione silenziosa: non è accaduto solo a me.
Federica, quando hai capito che queste storie avevano bisogno di uno spazio pubblico?
«Il progetto nasce nel 2018 e prende ispirazione da una pagina francese, IVG, je vais bien, merci , che raccoglieva le testimonianze di donne che avevano abortito per provare a scardinare una narrazione molto diffusa: quella dell’aborto raccontato solo come un’esperienza necessariamente traumatica, dolorosa, qualcosa di cui vergognarsi e di cui parlare il meno possibile. Da lì, insieme alla psicologa Elisabetta Canitano dell’associazione Vita di Donna Onlus, abbiamo pensato che fosse importante portare un progetto simile anche in Italia. L’idea era creare uno spazio in cui le donne potessero raccontare la propria esperienza in prima persona, sottraendola a un racconto pubblico che spesso parla al posto loro, dicendo cosa dovrebbero provare e come dovrebbero sentirsi. In un certo senso abbiamo cercato di recuperare, attraverso i social, lo spirito delle pratiche di autocoscienza degli anni Settanta: mettere insieme le storie, ascoltarle, far emergere la pluralità delle esperienze. Da una parte questo permette a chi ha vissuto un’interruzione di gravidanza di riprendersi la propria voce e la propria narrazione. Dall’altra offre anche un punto di riferimento a chi si trova ad affrontare quella scelta e spesso non sa a chi rivolgersi o dove trovare informazioni affidabili. In Italia l’aborto è ancora circondato da un forte silenzio sociale. Se ne parla molto, ma molto meno con le donne che lo hanno vissuto. Il progetto nasce proprio dal desiderio di rompere questo silenzio e restituire complessità a un’esperienza che viene ancora troppo spesso ridotta a uno stigma».
Oltre alla raccolta delle testimonianze, c’è anche una dimensione concreta di supporto. Cosa fate quando una donna vi contatta?
«Le persone ci scrivono in momenti molto diversi. A volte tutto parte da un test di gravidanza e dalla paura di affrontarne l’esito. Altre volte c’è già una gravidanza indesiderata e la richiesta è capire come interromperla. Noi offriamo supporto psicologico, ma anche informazioni pratiche: spieghiamo le procedure, come ottenere il certificato necessario, quali strutture sul territorio garantiscono il servizio e quali percorsi sono davvero accessibili. Quando serve, l’accompagnamento diventa anche fisico. Io vivo in Campania e, se me lo si chiede, posso accompagnare personalmente in ospedale. Si tratta di una presa in carico della persona a 360 gradi, priva di qualsiasi giudizio».
C’è una storia che ti è rimasta particolarmente impressa?
«Sì, quella di una ragazza costretta ad andare in Olanda per poter abortire, perché aveva superato i limiti previsti in Italia. Non ha affrontato soltanto una scelta complessa, ma anche un viaggio costoso e difficile, organizzato in fretta. È una storia che racconta bene quanto l’accesso all’aborto, pur essendo un diritto, dipenda anche troppo spesso dalle condizioni economiche e logistiche delle persone».
Nel dibattito pubblico si citano spesso opinioni ideologiche, ma meno i dati. Qual è la situazione in Italia?
«Parlare di dati oggi è molto complicato, perché quelli ufficiali sono vecchi e incompleti. Il report annuale sull’attuazione della legge 194 dovrebbe essere pubblicato ogni anno a febbraio, ma siamo a oltre un anno di distanza dall’ultimo aggiornamento e continuiamo a discutere numeri che in molti casi si riferiscono al 2022. Questo significa che il dibattito pubblico si basa su informazioni che non fotografano davvero la realtà attuale: non raccontano l’accesso ai servizi, l’impatto dell’obiezione di coscienza o le difficoltà concrete che le persone incontrano nei territori. L’ultimo dato disponibile indicava un tasso di obiezione tra i medici intorno al 63,8%, ma senza aggiornamenti è difficile capire come stia evolvendo la situazione. Per questo molte associazioni stanno cercando di raccogliere dati dal basso, attraverso testimonianze e monitoraggio delle strutture sanitarie. Le storie raccolte mostrano spesso problemi molto concreti: reparti dove l’obiezione rende di fatto impossibile accedere alla procedura o servizi che, pur previsti dalla legge, non vengono garantiti. Il punto è che senza dati aggiornati diventa difficile anche discutere seriamente di politiche pubbliche».
Dalle testimonianze raccolte emergono anche storie di violenza…
«Non sempre si tratta di una violenza esplicita, spesso tutto inizia con la negazione delle informazioni o con la loro distorsione. Un esempio riguarda il certificato necessario per avviare la procedura di interruzione della gravidanza. Molti medici si rifiutano di compilarlo, sostenendo che l’unico luogo in cui sia possibile ottenerlo sia il consultorio. In realtà la legge 194 parla di “medici di fiducia”: ciò significa che anche il medico di base può redigerlo e non ha facoltà di negarlo. Tuttavia molte persone non lo sanno e finiscono per fare giri infiniti nel tentativo di ottenere qualcosa che dovrebbe spettare loro di diritto.
A questo si aggiungono spesso comportamenti giudicanti o moralizzanti. In molti racconti emerge l’idea implicita che una gravidanza indesiderata sia una colpa da espiare. Si parla, ad esempio, di un uso strumentale di alcune pratiche, come l’ascolto del battito fetale, proposto o imposto senza una reale necessità clinica ma con un intento emotivo o dissuasivo, accompagnato da frasi come: “Questo è il tuo bambino, senti come cresce”. Parole che fanno accapponare la pelle e che dovrebbero indurci a interrogarci. La domanda, però, resta: chi monitora tutto questo? Chi si occupa di controllare ciò che accade nei singoli ospedali e consultori? La legge 194 parla delle Regioni, ma nei fatti non esistono report chiari che mostrino quale tipo di monitoraggio venga effettivamente svolto. Molto di ciò che sappiamo emerge soprattutto dalle testimonianze delle donne che decidono di raccontare la propria esperienza, anche in anonimato. La violenza può quindi assumere forme diverse: ostacoli burocratici, informazioni incomplete o nascoste, pressioni psicologiche e atteggiamenti moralizzanti».
Oltre al dibattito politico, quali interventi strutturali sarebbero oggi necessari per garantire un accesso reale e uniforme all’IVG in Italia?
« Prima di tutto servono dati aperti, aggiornati e disaggregati, che permettano di capire davvero cosa accade nei territori e nelle singole strutture sanitarie. Senza informazioni trasparenti diventa molto difficile monitorare l’applicazione reale della legge e individuare dove il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza venga effettivamente garantito e dove, invece, emergano ostacoli. Un secondo punto riguarda l’applicazione concreta delle linee guida del 2020, che prevedono tra le altre cose la deospedalizzazione della pratica abortiva e la possibilità di erogare il servizio anche nei consultori. Nella realtà queste indicazioni vengono applicate solo in poche regioni. Questo apre anche una riflessione più ampia sul progressivo depotenziamento dei consultori pubblici, spesso privati di personale e risorse negli ultimi anni. Contemporaneamente assistiamo all’utilizzo di fondi pubblici destinati anche a realtà e movimenti apertamente contrari all’aborto. Infine, sarebbe utile avviare una riflessione più ampia sulla legge 194, che risale al 1978 e che prevede una serie di pratiche incompatibili con la realtà attuale. Si tratta di una legge nata da un compromesso storico. Oggi, forse, sarebbe necessario ripensare il sistema affinché l’aborto non sia vissuto come una condizione a cui le donne sono costrette perché prive di alternative, ma come una scelta consapevole, legata al diritto di autodeterminarsi sul proprio corpo e di decidere se portare avanti o meno una gravidanza. E poi c’è un ultimo punto che spesso resta fuori dal dibattito: la corresponsabilità. Esiste ancora una narrazione implicita secondo cui le donne “restano incinte da sole”. Nel discorso pubblico raramente vengono chiamati in causa gli uomini, neppure quando si parla di contraccezione e responsabilità condivisa».
di Carmela Cassese






