Reddito di cittadinanza, i dubbi del terzo settore e del volontariato

ROMA – “Il governo mantiene gli impegni e le promesse”. Queste le parole che il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte ha pronunciato ieri sera, giovedì 17 gennaio, quando è stato dato il via libera ai due cavalli di battaglia di Lega e Movimento 5 stelle, ovvero il Reddito di cittadinanza e quota 100. Per Conte si tratta di “due misure che costituiscono un progetto di politica economica sociale di cui questo governo va fiero. Un progetto che riguarda 5 milioni di persone in condizione di povertà e un milione di persone che le nel triennio potranno andare in pensione in anticipo”. Anche il vicepremier Luigi Di Maio ha parlato di “giorno storico”. Secondo il ministro per il Lavoro e le Politiche sociali, “nasce un nuovo welfare state in Italia che aiuta le persone in difficoltà e che le mette al centro di una rivoluzione del mondo del lavoro”.
Ma la misura, molto attesa dagli italiani, non ha accontentato tutti. Secondo Roberto Rossini, portavoce dell’Alleanza contro la povertà e presidente nazionale delle Acli, il grande assente sembra essere stato proprio il mondo del sociale. Di certo, viene accantonato il lavoro fatto col Reddito di inclusione (Rei) che aveva coinvolto per la prima volta il terzo settore nella presa in carico dei beneficiari a livello territoriale. Così l’agenzia Redattore Sociale riporta il pensiero di Rossini: “Mi spiace perché viene meno una collaborazione credo molto preziosa e anche molto competente. Il terzo settore fa un passo indietro. Non è chiamato in causa in maniera diretta. Lo sono più le aziende, che godono di alcuni vantaggi, del terzo settore. Immagino che si tratterà anche di cooperative, ma il terzo settore è più delle cooperative. Questo è un bel problema”.

E ad evidenziare dubbi ci pensa anche Alberto Guariso, avvocato e membro del direttivo di Asgi (Associazione studi giuridici per le migrazioni), che parla di misura “solo apparentemente neutra”. Secondo il decreto, infatti ad averne diritto sono i cittadini italiani o “di paesi facenti parte dell’Unione europea, ovvero suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero proveniente da paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; residente in Italia da almeno 10 anni al momento della presentazione della domanda, di cui gli ultimi due anni in modo continuativo”. E’ sempre Redattore Sociale a raccogliere le critiche di Guariso: “E’ una misura finalizzata ad escludere gli stranieri poveri che hanno diritto di stare in Italia. Non si capisce, infatti, perché lo straniero regolare, se povero, non possa usufruire di questo aiuto contro la povertà”

di Francesco Gravetti

foto di Lidia Mingotti © Progetto FIAF-CSVnet “Tanti per tutti. Viaggio nel volontariato italiano”