59 Rivoli,  dissacrare la visione elitaria dell’arte: «Cura tutte le malattie sconosciute» / REPORTAGE

PARIGI- Nel cuore di Parigi c’è la casa aperta dell’Arte. Non uno squat, non una galleria. Rivoli 59 è un centro sperimentale in cui si può assistere al processo creativo di 30 artisti nazionali e internazionali. A gennaio incontro una Parigi assediata dalle forze dell’ordine, pungolata dai controlli, spenta rispetto al solito, fino a che non esce un raggio di sole. Allora i francesi sono pronti a scendere coi loro bambini nei parchi o a ridere di nuovo anche nei caffè di Oberkamp, non lontano dal luogo della tragedia.   I media e i cittadini hanno parlato notte e giorno di ciò che è accaduto, per un mese, poi basta. E’ umano cercare di rimuovere il dolore.  I francesi hanno una dignità ammirevole nel mettere in atto questo processo.

Nell’andare avanti grazie al loro attaccamento alla bellezza. Sono abili, per dirla con le parole di Italo Calvino ne “Le Città Invisibili” a “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Un angolo di paradiso sulla terra, motore quotidiano di felicità è l’Arte. E’ questo che penso visitando il palazzo al numero 59 di Rue de Rivoli, l’arteria che taglia la rive droite di Parigi, la parte chic della città con il Louvre e le vetrine patinate. Rivoli 59 è invece “ni sacralisant (musée), ni marchand (galerie)”. E’ una casa aperta dell’arte di 6 piani gestita dal collettivo “Chez Robert, Électrons Libres”, nato il 1 novembre 1999 e aperto tutti i giorni. Bolle di sapone luminose decorano la facciata, a piano terra una vetrata mostra una sala (dove il fine settimana si tengono concerti) con un’esposizione di mosaici.

Un portoncino liberty multicolore svela una scala ellittica dipinta in modo vivace e senza criterio.
Il viaggio nella “casa favolosa” ha inizio.  La sensazione iniziale di essere in uno squat cede il passo all’aria professionale degli studi. Al secondo piano Francesco, uno dei fondatori, dipinge figure affusolate con occhi curiosi e stupiti. «Buongiorno alla delegazione italiana- esordisce in un ottimo italiano-. Siamo nella casa favolosa. Quindici anni fa abbiamo “rubato” questo palazzo inutilizzato e ne abbiamo fatto uno squat dove, oltre a produrre arte, dormivamo. Il posto divenne così famoso che invece di cacciarci, la città decise che potevamo restare. Così abbiamo fatto un contratto con il Comune e oggi paghiamo il fitto simbolico di 130 euro.  Visitare la casa è desacralizzare l’arte poiché normalmente si va in un museo o in una galleria. Qui tutti possono guardare le opere e il loro processo di fabbricazione gratis». L’arte è qui un atto auto-ironico, che procura gioia mentre si compie, anche in chi osserva. Appunto Francesco si impadronisce della mia macchina fotografica e inizia a scattare. Les jeux sont faits : sono entrata di ruolo nel Paese delle Meraviglie.  Il mio Cicerone mi scorta dallo Svizzero Marocchino, un signore baffuto che dichiara di essere nato “esattamente” al confine tra Svizzera e Marocco e mi spiega scientificamente “l’effetto Rivoli 59”: «Qui le persone entrano stressate dal lavoro, tristi e dopo 40 minuti di visita sono felici perché l’arte cura tutte le malattie sconosciute. Non c’è uno scopo politico, la visione degli artisti di 59 Rue de Rivoli è “Non fare la guerra, fai l’arte”. A Parigi l’arte è apprezzata, ci sono un’infinità di sovvenzioni, ma per gli artisti già morti. Perciò ci sono tanti centri occupati». A Rivoli 59 ci sono 20 artisti permanenti e 10 residenti che possono “studiare” ed esporre per 3 o 6 mesi. Così in ogni visita è possibile trovare qualcosa di nuovo.
E’ qui per 6 mesi Leo Moroh, nato in Italia, ma non “necessariamente” italiano, per il quale l’arte è “un atto d’amore per la vita”. I suoi disegni, figure umane carnali e introspettive (a Milano ha realizzato un murales metà disegno e metà carne), sono accompagnati da frasi poetiche. «Stare qui è utilissimo – spiega-, ma non è l’unica strada per realizzarsi: c’è chi ci riesce anche in Italia e chi è bloccato dalla cultura, dalla famiglia o dalla politica. Bisogna rompere certi schemi e poi la realtà ti parla. Il mondo fuori è una proiezione del mondo dentro».

di Alessandra del Giudice

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