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«Oggi pomeriggio vado da Emanuele»: il laboratorio che l’attore Palumbo vuole aprire a Montesanto

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C’è una Napoli che brilla sotto i riflettori del grande cinema, che colleziona successi e che si ritrova in questi giorni a Castellabate per l’inizio delle riprese di «Bentornati al Sud», l’attesissimo nuovo capitolo della celebre saga di Luca Miniero con Alessandro Siani e Claudio Bisio. In quel cast stellare c’è anche lui, Emanuele Palumbo, una delle giovani promesse del nostro panorama cinematografico. Cresciuto tra i vicoli di Montesanto, Palumbo ha già convinto la critica in «Nostalgia» di Mario Martone a Cannes e conquistato il grande pubblico nei panni di Angelo in «Mixed by Erry» di Sydney Sibilia, un’interpretazione che gli è valsa il prestigioso premio come Rivelazione Italiana ai David di Donatello. Nonostante gli impegni sui principali set nazionali, il percorso di Palumbo resta legato a Montesanto, il suo quartiere d’origine. Il suo obiettivo principale fuori dal set è di natura sociale: aprire un laboratorio teatrale e artistico nel cuore del quartiere, pensato come spazio di aggregazione e alternativa concreta per i giovani del territorio.
L’importanza di un presidio culturale di questo tipo si riflette nei fatti di cronaca avvenuti pochi giorni fa proprio in piazzetta Montesanto. Una violenta rissa degenerata in strada, culminata con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco in aria e la presenza di persone armate davanti alla stazione della Cumana, ha riproposto l’urgenza di intervenire sul tessuto sociale della zona.

Abbiamo intervistato Emanuele Palumbo direttamente dal set per farci raccontare questa nuova esperienza cinematografica e la sua idea di riscatto attraverso la cultura.

Nella tua idea di laboratorio a Montesanto c’è una visione chiaramente legata al terzo settore e al sociale: dare un’alternativa ai ragazzi. A che punto è questa ricerca dello spazio? Hai già trovato risposte o collaborazioni da parte di associazioni o istituzioni locali?



Sono alla ricerca di uno spazio ormai da circa un anno. Ho chiesto aiuto a diverse persone perché ci tengo che questo progetto nasca proprio a Montesanto. Il problema è che, finora, nessuno è disposto a concedermi un luogo lasciandomi piena libertà nella gestione. Ci sono sempre condizioni, politiche o vincoli imposti da altri. Io, invece, ho un’idea molto chiara di quello che voglio costruire. Non vorrei iniziare un progetto, vedere tutti entusiasti il primo anno e poi ritrovarmi, quello successivo, a dover ricominciare da capo perché qualcuno decide che non posso più portarlo avanti. Sarebbe un rischio enorme, soprattutto per quei ragazzi che nel frattempo avrebbero trovato un punto di riferimento. Per questo continuo a cercare uno spazio stabile, che mi permetta di realizzare un laboratorio dedicato ai più piccoli attraverso il teatro, la musica e l’arte a trecentosessanta gradi. Vorrei creare un luogo aperto, fatto di insegnamento ma anche di libertà artistica. Mi piacerebbe che un bambino potesse dire con naturalezza: “Oggi pomeriggio vado da Emanuele a fare teatro, musica, a stare insieme”.

 Hai detto che il teatro serve prima di tutto nella vita per gestire le emozioni e non farle “esplodere”. Nella tua esperienza personale a Montesanto, quanto è stato difficile trovare quella strada “buona” di cui parli e quanto il teatro ha salvato te prima di poter aiutare gli altri?



Faccio sempre un esempio: è come se avessi indossato i paraocchi dei cavalli e avessi guardato sempre dritto. Tutto quello che c’era di marcio intorno a me non lo vedevo. Guardavo soltanto ciò che c’era di buono. Questo lo devo ai miei genitori. Mi hanno insegnato valori molto solidi e, soprattutto, a non avvicinarmi nemmeno a certe realtà. Credo che spesso i genitori abbiano un ruolo fondamentale nelle scelte dei figli: quando mancano determinate attenzioni, è più facile prendere strade sbagliate. I miei, invece, sono sempre stati presenti. Alla fine, quei paraocchi erano loro. Mi hanno protetto senza impedirmi di crescere e mi hanno dato gli strumenti per scegliere la strada giusta.

 Spesso pensi di essere “ancora troppo giovane” per realizzare questo laboratorio, eppure senti questa chiamata. Pensi che parlare la stessa lingua dei ragazzi, l’essere un loro coetaneo che “ce l’ha fatta”, possa essere un valore aggiunto rispetto ai classici progetti sociali calati dall’alto?



Sì, credo che sia un grande valore aggiunto. Parlare la loro stessa lingua permette ai ragazzi di fidarsi di te. Quando percepiscono che sei vicino a loro, anche umanamente, si sentono compresi. L’idea non è cancellare il loro modo di parlare o le loro radici. Quel linguaggio fa parte della nostra identità e della nostra città. Vorrei, però, dare loro anche altri strumenti: altri modi di esprimersi, di rapportarsi agli altri, di affrontare il mondo. Immagino un percorso che parta dagli scugnizzi di strada, da quello che sono oggi, e che li accompagni a diventare ragazzi capaci di muoversi in qualsiasi contesto senza rinnegare le proprie origini. Ampliare il linguaggio significa ampliare anche la visione del mondo. Io voglio puntare tutto su questi ragazzi. Fare davvero all-in su di loro, non soltanto a parole.

 

Dalle piazze di Napoli ai grandi set, fino al prestigioso riconoscimento come Rivelazione Italiana ai David di Donatello. Quando ti trovi in contesti così importanti, quanto ti porti dietro del bagaglio umano del tuo quartiere e come riesci a mantenerlo vivo?

Cerco sempre di portare il mio quartiere con me, ovunque vada. Naturalmente ogni contesto ha il suo linguaggio e bisogna sapersi adattare. Pirandello diceva che tutti indossiamo delle maschere, ed è vero: in certi ambienti siamo chiamati ad assumere comportamenti diversi. La differenza sta nel non perdere mai se stessi. Io mi adatto al linguaggio delle persone che incontro, ma resto sempre l’Emanuele di Montesanto. Quando sono nel mio quartiere parlo in napoletano, perché è la lingua con cui sono cresciuto. Quando mi trovo altrove utilizzo un linguaggio diverso, ma continuo a raccontare da dove vengo. Essere nati in un quartiere difficile non significa essere destinati a rimanerci per forza. Anzi. Credo che proprio chi cresce in certi contesti sviluppi una grande capacità di adattarsi a qualsiasi ambiente, sempre con rispetto, educazione e compostezza.

Il pubblico ti ha amato in Mixed by Erry e la critica ti ha apprezzato in Nostalgia di Mario Martone a Cannes. Finora hai frequentato molto il cinema d’autore e d’impegno. Pensi che anche la commedia possa essere uno strumento sociale per raccontare il nostro territorio senza stereotipi?

Sì. Ho lavorato molto nel cinema d’autore, ma in realtà mi sento fortemente attratto dalla commedia. L’ironia, per me, è qualcosa di fondamentale. Cerco sempre di sdrammatizzare, sia nel lavoro sia nella vita quotidiana. Fa parte del mio modo di essere. Credo che si possa raccontare il nostro territorio anche attraverso la commedia, usando l’ironia senza cadere negli stereotipi. La risata e il senso dell’umorismo fanno parte dell’identità dei napoletani e possono diventare uno strumento potentissimo per parlare di temi importanti, mostrando la realtà con leggerezza ma senza superficialità.

 Dopo il grande successo di Mixed by Erry, dove hai conquistato il pubblico interpretando Angelo, oggi torni su un set cinematografico importante con Bentornati al Sud. Che effetto fa ripartire con una nuova avventura e come cambia il tuo approccio al set dopo aver vissuto l’esperienza e l’affetto travolgente del pubblico per il film di Sydney Sibilia?

Per me è qualcosa di incredibile. Ogni nuovo set è un punto di partenza, ma anche un’occasione per ricordarmi da dove sono partito. Cerco sempre di arrivare con la stessa fame, la stessa voglia di imparare e di mettermi in gioco, senza dare mai nulla per scontato. Porto con me anche un’emozione particolare: i primi due film della saga li ho visti quando ero piccolo. Già allora amavo la comicità e quei film mi facevano divertire tantissimo. Pensare che, dopo tutti questi anni, dopo il percorso che ho fatto, oggi mi ritrovi sul set di Bentornati al Sud è una delle cose più belle che mi potessero capitare. Spero che il pubblico si affezioni anche a questo nuovo personaggio e che possa divertirsi insieme a noi.

 Cosa provi all’idea di unirti a un cast di mostri sacri della comicità e del cinema italiano come Alessandro Siani, Claudio Bisio, Angela Finocchiaro e Giacomo Rizzo?

Parliamo davvero di mostri sacri del nostro cinema. È un’emozione enorme poter condividere il set con loro. Con Alessandro Siani avevo già lavorato a teatro in Mare Fuori – Il Musical, dove interpretavo Ciro Ricci, il personaggio che nella serie televisiva è interpretato da Giacomo Giorgio. Ritrovarlo oggi in un progetto cinematografico così importante mi rende davvero felice. Se ripenso al fatto che quei primi film li guardavo da spettatore e oggi mi ritrovo a recitare accanto agli stessi protagonisti, mi sembra quasi surreale. È una sensazione bellissima e sono sicuro che sarà un’esperienza dalla quale avrò ancora tantissimo da imparare.

 Nel film ti attende un ruolo di rilievo all’interno di una produzione importante firmata da Bartleby Film, Italian International Film e Medusa. Senza fare troppi spoiler, cosa dobbiamo aspettarci dal tuo personaggio e in che modo questa nuova avventura rappresenta per te la conferma di un percorso costruito con studio e passione?

Per ora non posso raccontare molto, altrimenti mi tirano le orecchie! Posso dire, però, che è un personaggio a cui tengo tanto e che mi ha dato la possibilità di confrontarmi con un registro diverso rispetto a quelli che il pubblico ha visto finora. Ogni progetto mi insegna qualcosa e mi conferma che il lavoro, lo studio e la costanza sono l’unica strada possibile. Non mi piace pensare ai traguardi come punti di arrivo: li vivo come nuovi inizi. Ogni volta sento di dover dimostrare qualcosa, prima di tutto a me stesso. Spero che il pubblico si diverta, si emozioni e accolga questo personaggio con lo stesso affetto con cui ha accolto i miei lavori precedenti. Per me sarebbe il regalo più bello. 

 

di Adriano Affinito

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