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Il campetto che non c’era. Da Scampia a Marianella, la solidarietà dal basso LA STORIA

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Nelle periferie dimenticate di Napoli, da Scampia a Marianella, le nuove generazioni hanno scelto la via dell’autogestione, inaugurando una stagione di mobilitazione autonoma, gentile ed educata, che viaggia sulla rete. È così che una comunità di giovanissimi, spesso di appena dieci o undici anni, ha eletto TikTok a propria tribuna politica per lanciare un preciso SOS digitale. Video virali per rivendicare un pezzo di terra, due porte e un pallone, denunciando l’assenza totale di campi di calcetto nei loro quartieri.

È la nascita di un fenomeno inedito che capovolge la retorica sui social media: la piattaforma si trasforma così nell’ultimo piccone disponibile contro l’isolamento reale, un megafono di cittadinanza dal basso dove la forza delle visualizzazioni riesce a sbloccare una sorprendente solidarietà. Dietro la straordinaria rete digitale che si è attivata per finanziare i campi, emerge infatti una bellissima catena di mutuo soccorso tra cittadini. Un paradosso, che vede dei minori diventare virali per ottenere il diritto elementare al gioco e che trasforma l’algoritmo nel principale spazio di comunità rimasto a difesa del loro futuro.

L’innesco e la voce della strada: l’incontro con Sasà Paternoster

Tutto parte da un cortile e da una telecamera. Tra il Lotto G e i Sette Palazzi, a Scampia, proprio di fronte all’ombra ingombrante di quel che è rimasto delle Vele, ci sono alcuni campetti da calcio. Tutti completamente devastati, inutilizzabili, inghiottiti dall’abbandono. Quando quei bambini hanno denunciato lo stato delle cose su TikTok, i loro video hanno intercettato lo sguardo di Salvatore Paternoster, ingegnere di Materdei che da anni ha deciso di non voltarsi dall’altra parte.

«Non è comune vedere dei bambini che fanno denunce sociali attraverso i social network», racconta Paternoster, che dopo aver visto quelle immagini è andato sul posto per intervistarli e amplificare la loro voce. «La difficoltà principale per questi ragazzi è la totale mancanza di spazi e di punti di riferimento. Trascorrono gran parte delle giornate per strada e sono privati perfino della possibilità di giocare a calcio. Scendono e non hanno un luogo, perché le strutture vicino casa sono distrutte. Oppure, se vogliono giocare, devono pagare. Alla Sanità, ad esempio, l’unico polmone verde è il Parco San Gennaro, chiuso da oltre dieci anni; per usare il campetto interno, i bambini dovrebbero pagare una cifra a testa. Assurdo».

I video girati sono diventati immediatamente virali, superando i confini del quartiere e arrivando fino a chi, da quelle stesse strade, è partito per conquistare le classifiche musicali: Geolier. Il rapper si è fatto avanti immediatamente attraverso la sua società, facendosi carico dell’intera e complessa trafila burocratica e decidendo di finanziare personalmente la ristrutturazione del campetto di Scampia, dice Paternoster.

L’effetto domino dell’arte di arrangiarsi

Quello che sembrava un lampo isolato si è trasformato in poche settimane in un vero e proprio effetto domino digitale. Da Marianella a Napoli Est, passando per San Giovanni a Teduccio al Rione Sanità, decine di canali social sono nati con lo stesso identico spartito, mappare l’abbandono e riprendersi il diritto al gioco.

A Marianella i ragazzi hanno deciso di non aspettare i finanziamenti dei grandi nomi. Armati di scope, palette e strumenti rudimentali (comprati di tasca propria o grazie alle offerte) hanno iniziato a ripulire da soli un vecchio quadrato di cemento invaso dalle erbacce. Hanno ritinteggiato i muri di bianco e coinvolto un artista della zona per realizzare dei murales; poi, grazie alla cassa di risonanza creata in rete, sono riusciti a rimediare persino le porte da calcio. Oggi l’area di rigore è disegnata con le bombolette spray: è il trionfo assoluto dell’arte di arrangiarsi.

Le “Giovani Promesse” e il silenzio delle istituzioni

Per Salvatore Paternoster questa non è una battaglia ideologica, ma una questione di pelle. Nato e cresciuto a Materdei, ha vissuto in prima persona le insidie della devianza giovanile. «In adolescenza mi ero perso», confessa, «frequentavo ragazzi che nel corso del tempo sono finiti in carcere o hanno fatto una brutta fine con la droga. A 19 anni mi sono chiesto cosa volessi fare della vita. Mi ha salvato la passione per l’informatica, lo studio, la curiosità». Da lì è nata l’esigenza di restituire qualcosa al territorio. Otto anni fa ha fondato l’Associazione di Promozione Sociale Giovani Promesse, un presidio nato per strappare i ragazzi alla strada.

«Crediamo che a Napoli ci siano tantissime promesse che vanno scoperte, e non solo nel calcio. Il problema è che persino noi, come associazione, non abbiamo uno spazio fisico: siamo costretti ad appoggiarci alla parrocchia o a fare le nostre riunioni per strada». Una solitudine istituzionale che Paternoster denuncia con la lucidità di chi conosce i meccanismi reali del territorio: «Dalle istituzioni l’impegno è zero. Per questa vicenda dei campetti non ho mai ricevuto un messaggio dall’assessore allo sport o da quello alle politiche sociali. Chi rappresenta le istituzioni vive in un mondo tutto suo, non ha la minima concezione delle problematiche giovanili. Senza una programmazione e senza strutture, fare sociale in questa città è difficilissimo».

Un monito per il futuro

Mentre il progetto continua a estendersi grazie alla spinta dei privati, dei cittadini e all’energia dei ragazzi e di tante altre realtà frammentate della città, resta aperta la domanda su cosa accadrà domani. I social hanno offerto una via d’uscita d’emergenza, ma non possono tramutarsi in una soluzione strutturale e permanente.
Il grido che arriva dai video di TikTok è un messaggio limpido, un ultimatum lanciato da una generazione che sta crescendo troppo in fretta: «Interessatevi alla realtà», conclude Paternoster, «siate meno attenti alle logiche di Palazzo e alle dinamiche di potere, e state più vicini ai bambini. Oggi lanciano un grido d’aiuto tramite uno schermo. Se non li ascoltiamo, quanta rabbia crescerà in loro? Cosa stiamo fomentando?».

di Carmela Cassese

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