“Mara”, racconto epistolare da un campo d’accoglienza

«Oggi piove. Ma l’acqua viene giù calda come un brodo». Lo sguardo alla finestra è quello di Mara, intento a raccontare le giornate trascorse in un luogo non specificato, ma identificabile con l’isola di Lampedusa. Di mestiere Mara fa la volontaria in un campo d’accoglienza per migranti e alla sera, quando la baraonda giornaliera lascia il tempo di riposare, scrive lettere a un fidanzato lontano, di cui nulla viene detto al lettore. Un alone di mistero che pervade interamente le pagine di questo racconto epistolare di Dacia Maraini e che porta il nome della sua protagonista, “Mara” (Kellerman Editore), appunto. Si tratta di un’edizione fuori commercio, stampata in cento copie, con un intervento in copertina realizzato da Claudio Beorchia con verderame e frammenti di coperte termiche di emergenza.
Mara condivide la sua tenda con Carmela e insieme ne vedono di cotte e di crude, come quando «una barca si è capovolta vicino alla riva e abbiamo passato la giornata a consolare, pulire, avvolgere, nutrire, annotare nomi, cognomi e date di nascita». Mara passa ore ad ascoltare le storie di Jasmine, di Leila, di Jul, tanto che viene rimproverata di trascurare le incombenze pratiche: «c’è da preparare i vaccini, c’è da distribuire le buste col cibo, c’è da assistere una partoriente». Troppo lavoro per poche mani e un unico medico, Luca, al punto che ai volontari si uniscono «due coppie di nigeriani che sono nel campo da mesi e ci aiutano a curare i malati e a tenere a bada i piccoli orfani».
Quando le cucine del campo sono vuote la sopravvivenza altrui è affidata alla generosità della gente, alla disponibilità della Croce Rossa o dei camion del Ministero che mandano centinaia di scatolette di tonno sott’olio, oppure di fagioli in scatola fino alla nausea. È una vita di imprevisti continui, quella di chi arriva nel campo, che Mara vorrebbe a tutti i costi alleggerire, come «se dicessi loro: dammi un poco del tuo peso, camminerai più spedito».

di Francesca Coppola

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