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Beni confiscati, patrimoni dismessi e terreni incolti: serve una rete per creare occupazione e welfare

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Da luoghi di memoria e simbolico riscatto a leve per occupazione e welfare. La storia dei beni confiscati in Italia, e nella nostra regione, è a un bivio, tra esperienze eccellenti, come Al di là dei sogni che a Sessa Aurunca crea decine di posti di lavoro e impiega persone disabili, e occasioni perse nei tanti beni abbandonati da anni. Se un tempo la pressione della camorra era dirimente per il riuso, e poi la burocrazia ha spesso scoraggiato anche i più motivati, ora il nodo da sciogliere è di natura politica. Serve, cioè, portare a sistema l’immenso patrimonio confiscato in Campania e passare definitivamente dall’affidamento testimoniale al riuso occupazionale. Il focus è: rigenerazione a 360 gradi. Ne parliamo con Mariano Di Palma, referente regionale di Libera contro le mafie. L’associazione fondata da don Luigi Ciotti ha contribuito alla messa a sistema di un settore ormai specifico. La legge 109/96 ha compiuto 30 anni il mese scorso e in questi decenni il settore si è modificato profondamente. “Negli ultimi 7 anni abbiamo assistito a un cambiamento strutturale del riuso dei beni: start up, cooperative, esperienze produttive hanno occupato gli spazi appartenuti ai boss e ne hanno fatto occasioni di riscatto sociale con progetti che hanno portato all’occupazione e al reinserimento di fasce deboli”, spiega Mariano Di Palma. “In quest’ottica – continua – i beni confiscati devono uscire dall’angolino ed entrare in un progetto ampio che includa terreni incolti e patrimoni dismessi, sia pubblici che privati. Gli spazi svuotati vanno rimpieti di concretezza: giovani, idee e progetti”. 

IL DIALOGO

Un piano sontuoso, ma non impossibile, per il quale Libera ha già avviato un discorso con la Regione, anche alla luce del rendimento riscontrato dopo gli investimenti PNRR, che hanno consentito il recupero di numerosi spazi precedentemente bloccati nel limbo che spesso si apre tra la confisca e il riaffidamento, una fase soggetta alle briglie della burocrazia e all’attesa dei finanziamenti. La ricetta di Libera è sul tavolo già da tempo e propone il ricorso a risorse di associazioni a fondo bancario e ai finanziamenti pubblici, in primis europei, per costruire una grande occasione di riqualificazione, rispetto alla quale spesso i Comuni, soprattutto i piccoli e poco attrezzati, restano soli a gestire patrimoni importanti che, senza progetti e senza soldi, diventano zavorre. “Il dialogo con il presidente Fico è già avviato – conferma Di Palma –. Il primo passo della nostra proposta è ottenere dalle istituzioni un supporto concreto ai soggetti gestori. Occorre raddoppiare le risorse costruendo un fondo misto, pubblico-privato, per sostenere coop e start up e politiche culturali che consentano di mettere insieme i beni confiscati, i patrimoni dismessi sia pubblici che privati e i terreni incolti, una grande occasione di rigenerazione urbana e sociale nell’ottica di una nuova politica integrata di reinsediamento giovanile, il focus deve diventare la creazione di centri occupazionali, poli di ricerca, laboratori d’impiego e recupero di persone oltre che di luoghi. L’idea è un’agenzia che renda percorribile una via di mezzo tra l’industria pesante sfruttando la leva del patrimonio non utilizzato”. Un tesoro, basta leggere i dati, chiari nonostante il chiaroscuro dei progetti in attesa di finanziamento che misura l’efficacia reale delle politiche pubbliche. I numeri ufficiali delineano una dimensione rilevante. 

 

I DATI 

Secondo l’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, la Campania si conferma tra le prime regioni italiane per quantità di beni: circa 2.886 immobili ancora in gestione e 3.584 già destinati. Si tratta di un patrimonio diffuso, con una concentrazione significativa nell’area metropolitana di Napoli e nelle province di Caserta e Salerno. Il dato quantitativo, però, non coincide automaticamente con un impatto qualitativo. Il passaggio dalla confisca al riuso è il collo di bottiglia. La filiera amministrativa resta lunga e complessa: dopo il sequestro e la confisca definitiva, i beni devono essere assegnati agli enti locali, spesso bisognosi di interventi strutturali e quindi di finanziamenti. È proprio qui che molti progetti si fermano. Ma non solo. Questa situazione si inserisce in un quadro più ampio di criticità amministrative. Una delle questioni più evidenti riguarda la capacità dei Comuni di gestire il patrimonio. Non troppo tempo fa, il 66% dei comuni campani risultava inadempiente rispetto agli obblighi di trasparenza sui beni confiscati. Sebbene si registrino miglioramenti negli ultimi anni, la gestione resta disomogenea. La messa a sistema, così come proposta da Libera, offrirebbe una via percorribile e virtuosa, riducendo le tante occasioni sprecate che ancora costellano quello che è un settore economico ormai riconosciuto. 

 

di Mary Liguori

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