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«Lettere al Garante»: le voci dal carcere che la politica non vuole ascoltare

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“Uno sguardo diretto sulla detenzione da un altro punto di vista. Un ponte tra chi vive realmente il carcere e chi lo vive solo sulla base dei numeri, delle pene. Ed è una voce di dignità a chi non ha voce”. Lo dice a Comunicare Il Sociale il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, presentando il suo libro ‘Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze’, presentato al Consiglio regionale della Campania.

“Di solito, i detenuti sono raccontati dai giornalisti, dai cappellani, qui parlano in prima persona. Nelle lettere i detenuti fanno richieste, anche minime, si producono in confessioni, in suppliche. Proviamo ad immaginarli in una cella di pochi metri quadrati, in uno spazio per otto persone: ci sono tensioni, fragili, sofferenze”, racconta Ciambriello, “Hanno bisogno di chi li ascolta ed una lettera è già un qualcosa per essere ascoltati, spesso per chiedere anche il minimo sindacale, come l’avvicinamento ai figli. E questo perché in carcere manca la dignità dei detenuti”.

Il garante regionale dei detenuti dice di aver ricevuto “1400 lettere in oltre sette anni, che mi hanno portato a fare 600 interventi in tre anni alla direzione sanitaria delle carceri, poi ho scritto 44 volte alle procure e centinaia di volte ai magistrati di sorveglianza. Non si deve più parlare di emergenza carceri, è emergenza un qualcosa che dura per un lasso di tempo limitato, come il Covid o un sisma, mentre questo è un problema eterno. La politica non considera il carcere come un luogo dove si cambia, ma dove si paga”.

Il primo passo è procedere verso l’adozione di misure alternative al carcere: “L’azienda carcere ha fallito, il 75% sconta fino all’ultimo giorno di  pena e poi ci torna in carcere, ci sono attualmente 103 mila detenuti con misure alternative, è quello il modello che va perseguito, alimentando percorsi di inclusione e quindi servono progetti di pubblica utilità da parte dei Comuni, poi il terzo settore deve fare di più e meglio e la magistratura di sorveglianza che deve fare misure alternative. Infine, la custodia cautelare deve verificarsi solo per motivi gravi”, analizza Ciambriello, ricordando che “In Italia mancano educatori, psicologi: abbiamo 20 mila tossicodipendenti in Italia, oltre 2113 in Campania, sono stati chiusi i manicomi ma non è certo finita la malattia mentale, li curiamo in carcere?”.

di Nicola Sellitti

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