Scampia, viaggio tra le vele: «Simbolo storico di ingiustizia sociale»

Scampia. Un Cantiere di Storia.

A pochi metri di distanza dal cantiere dove gli operai della “D&D Costruzioni” di Pozzuoli sono a lavoro per preparare l’annunciato abbattimento della Vela verde, due donne scendono le malmesse scale di un altro edificio del lotto M: è la Vela celeste, l’unica a non andare giù nel progetto “Restart Scampia’’ finanziato dal vecchio governo di centrosinistra per 27 milioni di euro (18 milioni presi dal “Bando periferie’’ ed altri 9 attraverso il Pon metro) e che anzi sarà riqualificata per ospitare in futuro gli uffici della Città Metropolitana.

Carmela e Mariella abitano nel palazzo dall’azzurro tenue oramai sbiadito da oltre vent’anni e sono testimoni di un presente ancora difficile per tantissimi inquilini (sia occupanti sia regolari) apparentemente lontani dal processo di riqualificazione urbana di quest’area di Scampia che prevede la demolizione della Vela verde e poi della gialla e dalla rossa. A loro, come per altre circa 320 famiglie, la nuova casa non è arrivata perché assenti nelle graduatorie comunali stilate per regolamentare le assegnazioni.

«Gli ascensori in questo palazzo non ci sono mai stati – dicono entrambe – e quando scendiamo le scale dobbiamo fare attenzione a non farci male. La manutenzione è scarsa».

In effetti, i gradini della Vela celeste, ma è così anche nelle altre tre, compresa quella ora disabitata perché cantierizzata, hanno le basi in parti divelte con pezzi di marmo disseminati un po’ ovunque. Le saliamo anche noi con circospezione e a metà percorso troviamo una porta in legno in piedi quasi per miracolo e un foglio scritto a penna che indica chi vi abita. Camminando tra i ballatoi del palazzo con ringhiere e barriere rotte ci imbattiamo in Vincenzo e Rosaria, due storici occupanti che tengono aperta la porta d’ingresso del loro appartamento interrato per permettere ad un operaio di pittare.

Vincenzo ha il piede ingessato e si muove a fatica con le stampelle; racconta il suo attuale disagio nel muoversi. «Ho avuto un incidente ben due anni fa e per molto tempo è stato difficilissimo anche salire e scendere le scale per uscire dall’appartamento. Mia moglie e gli altri erano costretti a portarmi in braccio». Chi realizzò le Vele tra gli anni ’60 e 70 pare quasi non aver previsto né pensato via di fuga o scivoli per diversamente abili o infortunati. E le conseguenze si vedono. Vincenzo e Rosaria si dicono «contrari all’abbattimento, siamo affezionati alle Vele». Scettico è anche Davide Cerullo, un tempo spacciatore per conto della camorra ed ora scrittore. Spiega come, a suo dire, «la peggiore oppressione si esercita su chi ha avuto negata la parola. Al lotto “M’’ i bambini non si rendono conto di essere tali, non hanno visto nient’altro che degrado. Perché dovrei esultare per la demolizione dei palazzi? Le Vele possono essere abbellite con fiori. I progettisti furono dei geni secondo me perché dal terzo piano puoi vedere il Vesuvio».

L’azione di contrasto all’abbandono è, però, anzitutto questione di punti di vista. Sono in tanti a vedere l’abbattimento delle Vele come l’unica soluzione ai fili elettrici pericolosamente penzolanti, alla spazzatura “frequentata’’ dai topi, ai tombini aperti. Dal Comitato Vele, protagonista fattivo del progetto “Restart Scampia’’ al pari dell’amministrazione comunale di Luigi de Magistris e della facoltà di Architettura della Federico II, Omero Benfenati e Lorenzo Liparulo ricordano:

«Questi palazzi sono stati il simbolo di un’ingiustizia sociale, farli venire giù significa dare concretezza ad un processo di riscatto costruito dagli abitanti. Ma – aggiungono – siamo appena all’inizio e non ci fermeremo fin quando tutti non avranno una casa dignitosa al pari degli altri assegnatari».

 

 di Antonio Sabatino