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La psicologa dei ragazzi di Nisida: «Guardare oltre il reato, senza dimenticarne la gravità» L’INTERVISTA

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L’escalation di violenza tra i giovanissimi in città ci spinge sempre più a interrogarci su quello che potremmo fare, come genitori e come società, per prevenire il disagio e il degenerare di comportamenti devianti tra i nostri ragazzi. È uno dei quesiti al centro del libro di Rosetta Cappelluccio, psicologa, psicoterapeuta e presidente della Fondazione “I Figli degli Altri ETS”, dal titolo “Vite costrette. Narrazione clinica e pratiche DBT per adolescenti detenuti” (FrancoAngeli). Il testo, nato dall’incontro con i ragazzi dell’Istituto penale per minorenni di Nisida, analizza il lavoro terapeutico condotto con giovani ad alta vulnerabilità, integrando osservazione clinica, inquadramento teorico e narrazione di casi. Il punto centrale cui giunge la dottoressa Cappelluccio è che non basta chiedere a un adolescente di non commettere più reati: dobbiamo metterlo nelle condizioni di sviluppare competenze e alternative concrete ai comportamenti che lo hanno portato a delinquere.

Ci parli di “Vite costrette”. Come nasce?

Vite costrette nasce dall’incontro con ragazzi che hanno commesso reati, talvolta molto gravi, ma che portano con sé anche storie di abbandono, traumi e profonde carenze affettive. Ho voluto raccontare ciò che spesso rimane invisibile dietro il comportamento violento: la sofferenza emotiva, il bisogno di appartenenza e la difficoltà di immaginare un futuro diverso. Non è un libro che giustifica la violenza, ma che cerca di comprenderne le origini per costruire possibilità di cambiamento.

Ci può parlare degli interventi messi in campo nel corso di questi mesi?

Abbiamo introdotto a Nisida un percorso basato sulla Dialectical Behavior Therapy, la DBT, un trattamento che insegna a riconoscere e regolare le emozioni, gestire la rabbia, tollerare la frustrazione e costruire relazioni più funzionali. Abbiamo lavorato attraverso incontri di gruppo e interventi individuali. I risultati preliminari sono incoraggianti: abbiamo osservato una maggiore capacità di riconoscere le emozioni, una riduzione delle manifestazioni aggressive e un miglioramento delle competenze relazionali. Il risultato più significativo è stato vedere ragazzi abituati a reagire impulsivamente iniziare a fermarsi e riflettere prima di agire.

Quale è stata la cosa più importante che ha scoperto a Nisida?

A Nisida, ho imparato che non possiamo cambiare il passato di questi ragazzi, ma possiamo aiutarli a non esserne prigionieri per tutta la vita. Ho scoperto quanto possa essere sottile il confine tra vulnerabilità e violenza. Molti ragazzi hanno imparato molto presto a difendersi, ma non hanno avuto le stesse opportunità di imparare a fidarsi, chiedere aiuto o esprimere la propria fragilità. Nel carcere minorile ho incontrato adolescenti che conoscevano il linguaggio della rabbia molto meglio di quello delle emozioni. La scoperta più importante è che dietro molti comportamenti violenti non c’è assenza di emozioni, ma una profonda difficoltà a comprenderle e regolarle. Questo non elimina la responsabilità individuale, ma ci indica dove intervenire.

Come si previene la recidiva in questi giovani?

La recidiva non si previene soltanto attraverso la sanzione, ma intervenendo sui meccanismi psicologici e relazionali che possono favorire la reiterazione del comportamento criminale. Il nostro intervento DBT a Nisida lavora proprio su alcuni di questi fattori: impulsività, disregolazione emotiva, aggressività, difficoltà nella gestione dei conflitti e nelle relazioni interpersonali. I primi risultati fanno ben sperare, ma per dimostrare un’effettiva riduzione della recidiva sarà necessario seguire i ragazzi nel tempo, anche dopo la scarcerazione. Non basta chiedere a un adolescente di non commettere più reati: dobbiamo metterlo nelle condizioni di sviluppare competenze e alternative concrete ai comportamenti che lo hanno portato a delinquere. La prevenzione della recidiva comincia durante la detenzione, ma si realizza pienamente attraverso la continuità terapeutica, educativa e sociale dopo il ritorno in libertà.

Cosa vorrebbe che rimanesse al lettore dopo aver letto “Vite costrette”?

Vorrei che il lettore riuscisse a guardare oltre il reato, senza dimenticarne la gravità. Un adolescente non può essere definito esclusivamente dal suo comportamento peggiore. Comprendere la sua storia non significa assolverlo, ma individuare le condizioni che possono rendere possibile un cambiamento. La responsabilità e la possibilità di cambiare devono poter convivere. È su questo principio che dovrebbe fondarsi ogni intervento educativo e riabilitativo.

Se potesse rivolgere un messaggio agli adulti, quale sarebbe?

Non aspettiamo che un adolescente manifesti il proprio dolore attraverso un comportamento estremo per accorgerci della sua sofferenza. L’ascolto è importante, ma da solo non basta. Servono adulti capaci di esserci, porre limiti, riconoscere i segnali di disagio e offrire strumenti per affrontarlo. La prevenzione comincia molto prima del reato: comincia nelle relazioni, nella famiglia, nella scuola e nella capacità degli adulti di non lasciare soli i ragazzi.

Quali sono i prossimi obiettivi della Fondazione “I Figli degli Altri ETS”?

Il nostro obiettivo è intervenire sempre più precocemente, prima che il disagio si trasformi in comportamenti a rischio, violenza o devianza. Stiamo rafforzando gli interventi nelle scuole attraverso il progetto P.A.R.L.A., i programmi di educazione emotiva e i percorsi DBT per bambini e adolescenti. Vogliamo anche consolidare la collaborazione con la giustizia minorile e sviluppare percorsi di accompagnamento psicologico e inclusione sociale per i giovani più vulnerabili. La nostra sfida è costruire una prevenzione che non si limiti a parlare ai ragazzi, ma che insegni loro competenze concrete per affrontare la vita.

 

di Maria Nocerino

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