L’AQUILA. “Non mi sento terremotato, mi sento trattato da terremotato. Quando vorrei poter fare“.  “Se ci avessero fatto continuare in quel modo, non dico che avremmo ricostruito la città ma staremmo a buon punto“.  “A L’Aquila è uscito il meglio e il peggio del Paese anche nell’informazione“.
Sono alcune delle voci che arrivano dalla città abruzzese a tre anni dal terremoto. Racconti, testimonianze, video, foto di chi ha vissuto quella tragica esperienza e ne vive tuttora le conseguenze sono raccolte in una piattaforma web messa insieme da Shoot4Change e Anpas, che ha anche un videoreportage con voce e volto narrante di Moni Ovadia.
ON LINE. Il documentario è online (http://youtu.be/rYO3BEZmXhs) è online. Il network internazionale di fotografi Shoot4Change e Anpas, l’Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze che raggruppa 881 associazioni di volontari della protezione civile e del trasporto sociosanitario, uniscono dunque le forze per puntare nuovamente i riflettori nel ricordo di quel tragico evento. Entrambe le organizzazioni sono state coinvolte direttamente durante l’emergenza del 2009: Shoot4change con la realizzazione dei primi reportage di fotografia sociale; Anpas con l’intervento di oltre 2300 volontari provenienti da tutta Italia per portare assistenza alle popolazioni colpite, anche dopo i mesi delle tendopoli.
MONI OVADIA. Il videoreportage con Moni Ovadia mette insieme il ricordo di una giornalista sul terremoto, gli ultimi tre anni di vita di due sportivi, di rugby e basket, gli aneddoti e le storie del Collettivo 3.32 e di una docente universitaria, le trasformazioni della vita quotidiana delle persone che hanno vissuto nelle tendopoli. «L’inchiesta è basata sul racconto degli aquilani e ogni storia testimonia come la città sembra essersi fermata a tre anni fa, non più al centro dell’attenzione mediatica, ma ancora in attesa della ricostruzione –  spiegano le due associazioni -: su 70.000 abitanti sono ancora oltre 20 mila le persone assistite, 339 in albergo e caserma. In molti sono andati via, chi è rimasto racconta, disincantato dalla burocrazia e dai proclami, di non aver perso solo una casa o il centro storico di una città, ma anche parte della propria identità (non siamo più aquilani, siamo terremotati) e la speranza del ritorno a una vita normale ». «Raccontare le storie è il senso stesso del cammino dell’uomo – dice Moni Ovadia -. Raccontare significa entrare in se stessi, significa consegnarsi al futuro, significa portare il passato nel presente e nel futuro. Non possiamo risarcire il passato se non raccontandolo perché non cada nell’oblio. Quando pensiamo a chi è stato martirizzato, a chi ha sofferto, il racconto li può portare alla resurrezione. Perché se lal resurrezione dei morti come la intendono i religiosi non è prerogativa degli uomini ma la resurrezione dei significati e del senso, questo sì».
VEDI ANCHE
https://www.comunicareilsociale.com/2012/04/10/maria-grazia-cucinotta-un-ciak-tra-le-macerie-per-non-dimenticare-video/
(INTERVISTA A MARIA GRAZIA CUCINOTTA, PROTAGONISTRA DI UN CORTOMETRAGGIO SUL TERREMOTO IN ABRUZZO)

di Francesco Gravetti

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