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Ristorante “sociale” nell’ex villa del boss

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NAPOLI. Sarà intitolato a Dario Scherillo, vittima della criminalità, il ristorante sociale nell’ex villa di un boss in via Laburia, a San Pietro a Patierno. Lo ha annunciato l’assessore comunale alla Legalità Giuseppe Narducci, che ha firmato la delibera di giunta lo scorso 24 novembre. L’immobile, confiscato circa quattro anni fa, fu poi vandalizzato dagli ex proprietari, come spesso accade in questi casi. Oggi in quella villa su tre livelli sarà inaugurata una trattoria “speciale”, dove lavoreranno ex detenuti e giovani a rischio. «Si tratta del primo caso a Napoli – ha detto Narducci – di un riutilizzo sociale a fini produttivi di un bene confiscato alla camorra. Da questa esperienza si proverà a ricavare una concreta opportunità di lavoro per i giovani».
LA MEMORIA – Ma la notizia importante è che il locale sarà intitolato alla memoria del 26enne ucciso per errore nel corso della faida di Scampìa. Scherillo fu crivellato dai colpi dei killer il 6 dicembre del 2004 mentre era in sella alla sua Honda a Casavatore, al confine con Secondigliano. «A dimostrazione che l’idea di questa amministrazione è che ciò che ci sottraggono le mafie ce lo riprendiamo con gli interessi», ha ribadito Narducci. La riconversione del bene confiscato si inserisce nel progetto “Mafie in pentola” (come l’omonimo spettacolo teatrale di Tiziana De Masi), che prevede il riutilizzo dell’immobile per la realizzazione di un ristorante sociale con annessa un’aula laboratorio per corsi di cucina ed educazione alimentare per i minori a rischio, ma anche attività di accoglienza per chi ha trascorso anni dietro le sbarre e per le loro famiglie.
LE POLEMICHE – Un progetto ambizioso che, tuttavia, sta già facendo storcere il naso ai residenti. «Qui non li vogliamo – tuona un’anziana affacciata alla finestra -. Fateci stare tranquilli». Ciò che resta oggi del mega appartamento al civico 58 di via Laburia è lo scheletro di una super residenza di lusso: tende strappate e penzolanti dai soffitti, pareti scolorite, scale a chiocciola, terrazzo ed un giardino sepolto dalle erbacce. Mentre sul cancello d’ingresso, chiuso da un catenaccio, si legge: “Zona derattizzata”, sul citofono c’è ancora il cognome del proprietario. «Da quando il padrone di casa fu arrestato – commenta la donna – i figli rimasero a viverci fino a un paio di anni fa. Poi, quando la casa fu posta sotto sequestro e confiscata la famiglia vandalizzò ogni cosa».

di Giuliana Covella

 

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