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Impresa sociale: un contratto di lavoro dietro le sbarre

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di Francesca Damiano
BOLOGNA. Il merito è di di tre imprese leader del settore metalmeccanico che hanno firmato l’accordo: Gd, Ima e Marchesini group, assieme alla Fondazione Aldini Valeriani, e hanno costituito una nuova società, Fid (Fare impresa in Dozza), che dentro al carcere di Bologna, conosciuto come la “Dozza”, ha dieci dipendenti, assunti con un regolare contratto metalmeccanico. Sei stranieri e quattro italiani: i detenuti lavorano per sei ore al giorno nell’area della ex palestra della casa circondariale che per l’occasione si è trasformata in laboratorio attrezzato. Qui, con pazienza e dedizione arrivano ogni giorno alcuni pensionati delle tre aziende che istruiscono i dieci lavoratori e stanno pure aiutando altri quindici ad imparare il mestiere con il corso di formazione di 600 ore. Fid, tuttavia, non “assume” gli ergastolani. Il motivo sta tutto nella filosofia del progetto che mira a  “ridare un futuro” a coloro che usciranno dal carcere, come ha spiegato l’ideatore Italo Giorgio Minguzzi: infatti i lavoratori hanno tutti meno di quarant’anni e devono scontare pene che vanno dai tre ai cinque anni, e il contratto a tempo indeterminato in carcere con Fid implica che le tre imprese fondatrici li assumerà direttamente o tramite quelle dell’indotto. Il salario, poi, è quello previsto dal contratto nazionale di lavoro (20-25mila euro), è vero, però, che deve passare per l’amministrazione del carcere, ma va totalmente nella disponibilità dei detenuti-operai. Durante l’inaugurazione ,ieri mattina, alla presenza delle aziende, dell’ideatore Minguzzi, e delle istituzioni politiche e religiose locali, i detenuti hanno voluto ringraziare tutti, compresi i pazienti tutor che li seguiranno passo dopo passo.

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