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Plastica anche nel punto più basso della Terra: l’allarme ambientale di Unisannio e Federico II

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La plastica è arrivata anche nel luogo più profondo della Terra. Precisamente sulle rive del Mar Morto, il lago ipersalino più profondo del pianeta. A certificarlo è uno studio internazionale pubblicato sul Journal of Hazardous Materials, che ricostruisce oltre vent’anni di accumulo e frammentazione di rifiuti plastici in uno degli ambienti più estremi e fragili del mondo 

Un lavoro che vede tra i protagonisti anche ricercatori di due università campane: l’Università del Sannio e l’Università di Napoli Federico II.

Lo studio dimostra come la plastica, trasportata da corsi d’acqua temporanei che drenano aree urbane, venga intrappolata lungo le rive del Mar Morto, formando una vera e propria “stratigrafia dell’inquinamento”. Ogni anno, il progressivo abbassamento del livello del lago crea nuove terrazze naturali che conservano, come anelli di un tronco, i segni dell’impatto umano. In queste terrazze i ricercatori hanno rinvenuto bottiglie, imballaggi, oggetti monouso e, soprattutto, una quantità crescente di microplastiche.

Il dato più allarmante riguarda la velocità di degradazione: in condizioni di caldo estremo, forte irraggiamento solare e aridità, ogni chilogrammo di macroplastica genera fino a 4.000 microplastiche l’anno. Una frammentazione accelerata che trasforma il Mar Morto in un archivio naturale dell’inquinamento, ma anche in una trappola ambientale dalla quale la plastica difficilmente scompare.

Il contributo dei ricercatori campani è centrale soprattutto nelle analisi mineralogiche e chimiche. Gli studiosi del Sannio e della Federico II hanno utilizzato spettroscopia FTIR per identificare i polimeri e i processi di alterazione: oltre il 90% delle microplastiche è composto da polipropilene e polietilene, materiali comuni negli imballaggi quotidiani. Le analisi mostrano come l’esposizione prolungata produca ossidazione, fragilità e incorporazione di minerali naturali, trasformando la plastica in un contaminante persistente del suolo.

Il valore ambientale dello studio va oltre il caso del Mar Morto. Gli autori dimostrano che gli ambienti aridi e ipersalini, spesso considerati marginali, sono in realtà luoghi chiave per comprendere il destino a lungo termine dei rifiuti plastici. Qui la plastica non si disperde come negli oceani, ma si accumula, si conserva, entra nel record geologico.

Le implicazioni sono rilevanti anche per la biodiversità e per l’uomo. Le microplastiche possono essere ingerite da pesci e uccelli lungo le rotte migratorie afro-euroasiatiche, con effetti a catena sugli ecosistemi. Inoltre, la presenza di rifiuti plastici minaccia il turismo e le attività estrattive legate ai minerali del Mar Morto.

Lo studio lancia, dunque, un messaggio chiaro: l’inquinamento da plastica non conosce confini né ambienti inviolabili. E dimostra come la ricerca scientifica, anche grazie al contributo di università del Mezzogiorno, possa fornire strumenti fondamentali per leggere le tracce dell’Antropocene e per ripensare con urgenza le politiche di gestione dei rifiuti. La plastica, oggi, non inquina solo il presente: sta già scrivendo il futuro del pianeta.

di f.g.

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