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Cinema e diritti umani: dieci film e documentari patrocinati da Amnesty Italia da vedere

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Il patrocinio di Amnesty International rappresenta una garanzia sulla rigorosità documentale e sull’impatto civile di un’opera visiva. Lontani dai canoni della fiction e dell’intrattenimento, i dieci titoli selezionati dalla lista ufficiale dell’organizzazione analizzano contesti di crisi internazionale, repressioni politiche ed errori giudiziari, fornendo una mappatura accurata delle principali violazioni dei diritti umani nel mondo contemporaneo.

La selezione si apre con No Other Land (2025), opera firmata dal collettivo bilingue palestinese e israeliano composto da Basel Adra, Yuval Abraham, Hamdan Ballal e Rachel Szor. Il film documenta le demolizioni sistematiche a Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, registrando in tempo reale la distruzione di abitazioni, scuole e infrastrutture idriche da parte dell’esercito israeliano per testimoniare i meccanismi dello spostamento forzato della popolazione.

Sempre sul fronte delle tensioni geopolitiche internazionali e della risposta delle piazze, The Encampments (2026), per la regia di Kei Pritsker e Michael T. Workman, ricostruisce la nascita e il successivo sgombero forzato dei campeggi di protesta all’interno dei campus universitari americani, tra cui Columbia e UCLA, analizzando la risposta delle forze dell’ordine al dissenso politico giovanile.

L’impatto dei conflitti e dei regimi autoritari sulla popolazione femminile è invece al centro di A War on Women (2026) di Raha Shirazi. L’indagine mappa l’uso della violenza di genere come strategia di guerra e strumento di controllo sociale in diverse aree geografiche attraverso le testimonianze dirette delle sopravvissute.

Le criticità legate alle migrazioni e alla tutela delle donne proseguono con Shayda (2025) di Noora Niasari, che segue la vicenda di una donna iraniana richiedente asilo in Australia, accolta con la figlia in una casa rifugio a indirizzo segreto. L’opera evidenzia le falle nei sistemi di protezione per le vittime di violenza domestica e la persistenza delle intimidazioni legate al diritto di famiglia nei contesti migratori.

Sul fronte dell’Iran contemporaneo, La bambina segreta (2024) di Ali Asgari documenta il quadro normativo e burocratico che criminalizza la maternità al di fuori del matrimonio. Ambientato a Teheran, il lavoro segue una studentessa costretta a nascondere la propria figlia neonata per evitare sanzioni legali e sociali, privando le giovani donne della propria autonomia.

Spostando lo sguardo sui confini europei, Trieste è bella di notte (2023), diretto da Andrea Segre, Stefano Collizzolli e Matteo Calore, propone un’indagine sul campo relativa alla rotta balcanica e alle prassi di “riammissione informale” attuate al confine italo-sloveno, ricostruendo attraverso le deposizioni dei migranti la catena dei respingimenti coatti verso la Bosnia ed Erzegovina.

I nodi legati agli abusi di Stato e ai sistemi giudiziari vengono affrontati da Nel nome di Gerry Conlon (2023) di Lorenzo Moscia, che analizza il caso dei “Quattro di Guildford”, uno dei più gravi errori giudiziari della storia britannica. Attraverso la figura di Conlon, incarcerato per quindici anni sulla base di confessioni estorte sotto tortura, l’opera documenta le derive repressive dei sistemi di sicurezza nazionale.

In ambito nazionale, Se fate i bravi (2022) di Stefano Collizzolli ripercorre le responsabilità delle istituzioni italiane durante il G8 di Genova del 2001, incrociando i nastri audio originali della centrale operativa della polizia con i verbali delle vittime delle violenze della scuola Diaz e del carcere di Bolzaneto.

A chiudere la rassegna sono due lavori dedicati alle discriminazioni e al controllo politico negli Stati Uniti. Martin Luther King vs FBI (2022) di Sam Pollard analizza, sulla base delle carte governative statunitensi desecretate tramite il Freedom of Information Act, le operazioni di sorveglianza di massa e dossieraggio condotte dall’FBI di J. Edgar Hoover ai danni del leader dei diritti civili tra il 1955 e il 1968.

Infine, I Am Not Your Negro (2017) di Raoul Peck, costruito sul manoscritto inedito di James Baldwin Remember This House, ripercorre la storia del razzismo sistemico americano attraverso le biografie di tre figure simbolo del movimento per i diritti civili assassinati: Medgar Evers, Malcolm X e Martin Luther King Jr.

di Carmela Cassese

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