Il prete anti-roghi: «Una cartolina dalla terra dei fuochi per combattere la morte»

NAPOLI- La voce di Don Maurizio Patriciello, non smentisce la rabbia delle parole che quotidianamente, scaglia dalle pagine di giornali.  Il prete anti-roghi di Caivano, diventa simbolo della lotta  per il diritto di vivere e trascina con sé, coscienze e coraggio di cittadini smarriti, in un vortice di precise cronologie che  dettagliano  l’escalation di eventi, la nascita e il crescere della giustizia  “ fai da te”,  contro l’ecomafia. Testimonianze, di  un continuo botta e risposta tra il bene e il male.

LA LETTERA A SCHIAVONE -E’ dopo il mea culpa di Carmine Schiavone, reo confesso di una strage annunciata, che Don Maurizio, indirizza una lettera aperta al carnefice, invitandolo ad indicare i luoghi in cui sono stati interrati i rifiuti tossici. «So con certezza –ci dice al telefono- che il pentito ha letto la missiva». Dopo pochi giorni, in un’ennesima intervista, arrivano ulteriori riferimenti da parte dell’ex boss. Il campo sportivo di Casale, nasconde rifiuti radioattivi. Il prete, avvia una colletta per dare inizio a sopralluoghi e bonifiche della zona. Cede il suo stipendio. Mille euro.  Parte così da Facebook la raccolta che si concretizza sempre più.

CARTOLINE DALLA TERRA DEI FUOCHI-  Padre Maurizio, è inarrestabile. Continue, le iniziative messe a punto. Lancia la campagna “Cartoline dalla Terra dei fuochi e dei veleni”. Rappresentazioni di sofferenza e realtà. «Stiamo facendo stampare queste cartoline a migliaia. Le manderemo al Papa, al Presidente della Repubblica. Saranno inviate- ci dice –  le immagini delle mamme che hanno in braccio i figli perduti. Ritratti e foto di gente che ha pagato lo scotto di abitare in un territorio devastato dalla negligenza. E’ questo, un ulteriore tentativo per attirare l’attenzione su un problema di cui tutti fanno un gran parlare senza che poi succeda nulla di sostanziale».

LA PAURA- Chiedergli se ha paura, è quasi  naturale. A domanda  risponde: «Non ne ho. Io so bene che tremano i buoni e tremano i cattivi, hanno paura le mamme oneste e quelle disoneste. Hanno paura i semplici, i professionisti, gli intellettuali, perché siamo tutti su una stessa barca fatiscente. Chi nega quel che sta succedendo in Campania, lo fa in mala fede, per nascondere, perché colluso, corrotto, perché occupa posto in politica e mettersi contro qualcuno significherebbe rischiare». Parole dure quelle di Don Maurizio, che continua: «Non possiamo  accettare che si continui a raccontare la storiella delle morti conseguenti a stili di vita. Alla Lorenzin, che presto incontrerò, quando dice che fumiamo, rispondo che i bambini non hanno mai fumato altro che i veleni dei  roghi tossici. Quando dice che mangiamo male, rispondo che non è certo colpa nostra se nei cavolfiori che abbiamo fatto analizzare sono state trovate tracce altissime di metalli pesanti come piombo, arsenico. Quando dice che non facciamo prevenzione, ribadisco che una donna dovrebbe sottoporsi alla mammografia  dopo i 40 anni, ma se le persone si ammalano di cancro al seno a trent’tanni, gli screening a che età devono essere fatti?.  Possiamo chiedere ai ragazzi di vent’anni di fare una colonscopia? È un discorso serio. Parliamo di vita o di morte. È  per questo che dobbiamo chiamare a raccolta i buoni,  ovunque si trovino. Nella magistratura, nell’ambito della medicina, tra  gli scienziati, tra la gente semplice.  L’unione fa la forza».

LETTERA A NAPOLITANO- Intanto, in queste ore, un appello accorato, è stato rivolto anche a Giorgio Napolitano. «Chiedo al Presidente Della Repubblica, campano come noi, di farsi carico del dramma che ci uccide. Gli chiedo, inoltre, di invitare al Quirinale i genitori dei bambini, adolescenti, giovani morti di cancro e di leucemia, insieme ai tantissimi meravigliosi, preparatissimi volontari – italiani veri – che tanto lustro stanno dando alla loro patria, per sapere dalle loro labbra come vanno veramente le cose e che cosa fare nel più breve tempo possibile. Utopia? E perché mai? Io, cristiano e prete, non smetto di sperare».

di Carmela Cassese

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