Il Far West dei cercatori d’oro cinesi in Africa

cercatori_oroCINA- Il loro numero è incerto: tra 30 e 50 mila. Sono i nuovi protagonisti della corsa all’oro, setacciano il Ghana, secondo produttore del metallo prezioso in Africa. E questi cercatori vengono dalla lontana Cina. L’ambasciata cinese ad Accra se n’è «accorta» perché 124 sono stati arrestati in una retata organizzata dalla polizia del Ghana: accusati di essere clandestini, di sfruttare mano d’opera locale e di compiere violenze contro la popolazione.I giornali di Pechino scrivono che molti lavoratori cinesi si sono nascosti nella giungla e che polizia ed esercito del Ghana stanno istigando la popolazione a stanarli e a razziare le loro proprietà. Sul web corrono voci incontrollate di fattorie cinesi date alle fiamme e di morti. Resta il fatto che i diplomatici di Pechino trattano la faccenda con cautela, chiedendo il rispetto della legge: la Cina ha investito più di ogni altro Paese del mondo in Africa negli ultimi dieci anni. Almeno 113 miliardi di dollari per essere protagonista dello sfruttamento delle risorse naturali, dal petrolio all’agricoltura, ai metalli. Generosi anche i prestiti, valutati in 110 miliardi e i doni, con la costruzione di stadi e aeroporti a spese dei «fratelli cinesi del popolo africano». Ci sono state anche accuse di neocolonialismo. Ora viene alla luce lo scandalo dei cercatori d’oro illegali che potrebbe rovinare la bella immagine di cooperazione che Pechino cerca di costruire.
Si dice che qualcuno di questi cercatori cinesi abbia accumulato 12 milioni di euro in un anno. In Ghana vengono estratte 98 tonnellate d’oro l’anno, la metà dai cinesi in miniere «legali» alla luce del sole (o clandestinamente).
Il fenomeno dei cercatori d’oro clandestini in realtà era noto anche alle autorità della Repubblica popolare cinese, perché nel 2011 in una piccola banca del villaggio di Shanglin era stato depositato un miliardo di yuan (120 milioni di euro) in due sole settimane. Il reddito medio di un contadino di quella zona non supera i 5 mila yuan all’anno. Si era così scoperto che la maggior parte dei minatori partiti alla ricerca di fortuna in Africa proviene proprio da Shanglin, nella provincia del Guanxi. Il loro numero è incerto, tra i 30 e i 50 mila. La loro presenza ha scatenato tensioni con i ghanesi, si parla di bande di rapinatori e ricattatori locali che cercano di taglieggiare i cercatori, mentre i cinesi avrebbero reagito con la costituzione di una forza di contractors armati.
Ma ora alcuni reduci cinesi dalla corsa all’oro stanno raccontando un’altra storia: i cercatori venuti da Shanglin trattano i lavoratori africani come schiavi, li pagano pochissimo, nelle miniere il rancio è peggiore di quello dei cani. E molti villaggi dell’Ashanti, regione centrale del Ghana, sarebbero stati assaltati, le donne violentate e le case bruciate. Questi fatti sono riferiti dal South China Morning Post, giornale in lingua inglese di Hong Kong, quindi non soggetto alla censura.
Violenze atroci, casi di razzismo. Come nel Far West. Ma questa volta i protagonisti sono venuti dall’Estremo Oriente.

di Pechino.corriere.it

 

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