Lavoro e precariato: nell’era dei riders non perdiamo la certezza dei diritti

Siamo entrati ufficialmente nell’era dei riders. Borsa termica in spalla e bici o moto, incuranti delle intemperie, sette euro all’ora, quasi tutti spesi per benzina e manutenzione dello scooter, zero diritti. E c’è anche chi ci resta secco, quattro in Italia nel 2019, uno a Salerno. I portapizza della rivoluzione digitale rappresentano bene la metafora del lavoro giovanile ai giorni nostri. Ci sono rider nel giornalismo, nell’università, nella sanità e anche nell’amministrazione pubblica. Giovani pronti a spendersi con ogni energia possibile per compiere il proprio dovere, ma senza un contratto che sia degno di questo nome.

È il risultato del sogno italiano di fine Novecento, quello della flessibilità: la panacea di tutti mali, l’unica arma contro la disoccupazione. Basta con il posto fisso, vero cancro di questa società. Ebbene, la cura è stata peggio del male. Sono proliferati contratti atipici di ogni genere, fino ad arrivare al colpo mortale ai contratti collettivi di lavoro con le riforme dei governi Berlusconi, Monti e Renzi che sono riuscite ad indebolire anche i contratti “veri” e a far diventare meno garantiti anche i lavoratori che hanno firmato a tempo pieno e indeterminato.

L’articolo 18 garantiva non solo i regolari, ma anche gli abusivi, gli irregolari che in tribunale chiedevano il diritto di essere assunti. Adesso quei precari, dopo un complesso iter giudiziario, si vedranno riconosciuta, al massimo, una indennità e un saluto dal datore di lavoro che non è più obbligato a tenerli in azienda. Risultato, l’Italia, con circa il 10% di disoccupati, è la terza peggiore in Europa, dopo Grecia e Spagna, trascinata in fondo alla classifica da un Meridione completamente cancellato dalla politica (basti pensare alle infrastrutture, l’Alta velocità si ferma a Napoli) o, addirittura, danneggiato dalla politica (pensiamo all’iniquo federalismo fiscale e, ad esempio, al riparto della spesa per gli asili nido, dove in alcuni territori più depressi è vicina allo zero). Al Sud i giovani disoccupati toccano il 50%, un numero che porta i ragazzi a scelte drastiche e definitive: andare via.

Vanno in altri Paesi dove il lavoro è flessibile, ma pagato, dove ci sono servizi e diritti di assistenza garantiti dallo Stato, anche agli immigrati (che sono spesso italiani) e dove la loro intelligenza e la loro cultura diventano una ricchezza da non disperdere, da utilizzare nel migliore dei modi per il territorio. Secondo l’ultimo rapporto Svimez gli emigranti meridionali sono giovani e laureati, molti non tornano più. E fanno bene. I nostri cervelli in fuga sono una risorsa sprecata e rappresentano, allo stesso tempo, uno spreco di risorse: l’Italia investe per formarli, poi, nel momento più importante, quando quelle energie possono essere utilizzate per lo sviluppo del Paese, vanno ad arricchire un altro territorio.

Il problema del nostro sistema è tutto lì, nell’incapacità cronica di trattenerli: non investo la mia giovinezza sui libri per diventare un rider della ricerca. Guardo alla Francia, 40 giorni di sciopero per difendere lo Stato sociale sono una speranza per tutti. In Italia già abbiamo superato ogni limite senza che nessuno abbia fiatato.

Ah, il 2020 secondo i dati dell’Anpal comincia con 20mila assunti in più rispetto all’anno scorso, non è un dato significativo, le statistiche sono “liquide” esattamente come la società di Bauman nella quale si perde anche la certezza del diritto.

>di Claudio Silvestri,

segretario del SUGC- sindacato unitario giornalisti della Campania