“Le cose belle”, storie di bambini di periferia raccontate in un corto

3D Electric powerlines over sunriseNAPOLI – Quando vedi “Le Cose Belle”, documentario di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno,ora in tour negli Stati Uniti, non ti aspetti che siano raccontate “certe” cose belle, perché le storie di Adele, Enzo, Fabio e Silvana, i quattro protagonisti della pellicola, stonano dal modello di bellezza che impone la società. Perché come avverte il rapper Ivan Granatino nel pezzo di Franco Ricciardi “’A Storia e’ Maria”, anche colonna sonora del film, “…nun e truov’ dinte ‘e libri e storie e chisti viche”, queste storie non le trovi nei libri perché superano l’immaginazione, queste storie sono poco viste in tv perché il concetto di “periferia” come luogo spazio – temporale e come luogo emotivo diventa troppo forte se raccontato attraverso la realtà, eppure sorprendentemente funziona.

Adele, Enzo, Fabio e Silvana sono quattro bambini quando Agostino Ferrante e Giovanni Piperno li intervistano per la prima volta nel 2000 per conto di Rai Tre per un documentario intitolato “Intervista a mia madre”. Circa 12 anni dopo decidono di re-incontrali per raccontare cosa sono diventati, e non le parole o i luoghi, ma bastano lo sguardo triste di Fabio, il viso sciupato e segnato di Silvana, gli occhi spenti di Adele e i ghigni di Enzo che si sovrappongono ai visi paffuti, luminosi, irriverenti e sognatori di 12 anni prima a raccontarli. Senza retorica, senza i soliti cliché su Napoli, senza far vedere spazzatura, camorra e motorini senza casco, è la vita stessa che prende a cazzotti lo spettatore, una vita normale che nello stesso momento in cui sto scrivendo vive in certi luoghi di periferia, con ogni probabilità, di tutto il mondo.

Quando i registi si riavvicinano ai protagonisti dopo 12 anni, come racconta Agostino Ferrante in un’intervista di Camilla Ruggiero (integrale qui), “La nostra prima sensazione, anche se non era certo quello il nostro compito, fu quella di non essere riusciti a salvarli dalla catastrofe della loro città…”. Un sentimento compartecipato dal pubblico in sala in effetti; ognuno di noi guardando questo film si sente in qualche modo colpevole di non essere riuscito a salvarli da quello che poi sarebbe stato un futuro senza via di uscita, statico e ormai privo di aspettative. Riuscendo a rappresentare il fallimento della generazione precedente, delle sue politiche e la sua storia culturale, simboleggiano un po’ tutti. Quando furono scelti dal casting del documentario“Intervista a mia madre”, l’intenzione era quella di raccontare famiglie povere ma “normali” non legate a luoghi comuni di nessun tipo; eppure nella loro povertà e semplicità, i bambini Adele, Enzo, Silvana e Fabio avevano anche loro dei sogni. E’ questa la cosa più sorprendente che insegna questa pellicola, che i sogni dei bambini non s’infrangono con la realtà, sono resistenti, forti, incoscienti e inconsapevoli e per questo vanno protetti due volte perché la delusione può realizzare esistenze prive di desideri.

 

Di Caterina Piscitelli

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