Fellini, i sogni e la psicoanalisi

felliniBARI – I sogni disegnati e scritti di Fellini discussi ed analizzati a Bari da luminari della psicoanalisi. Accade anche questo al Bif&st, Bari International Film Festival 2013. La kermesse cinematografica barese ha organizzato una tavola rotonda moderata dal critico Vieri Razzini intitolata “Federico Fellini e il sogno”, tenutasi nella Sala Modugno dell’Hotel Boscolo, alla quale hanno dato il loro contributo l’analista junghiana Nora D’Agostino Trevi e la psicoanalista freudiana Simona Argentieri. Hanno partecipato all’incontro anche gli assistenti Gérald Morin e Moraldo Rossi, insieme alla critica letteraria Jacqueline Risset.
Tutto prende vita dal “Libro dei Sogni” costituito da due libri di 584 pagine, composti di testi e sogni, un diario intimo che Fellini definiva “un’insieme di segnacci, appunti affrettati e sgrammaticati”, con eroi pubblici e privati della vita del Maestro, appunti grafici delle loro facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette, del modo di accavallare le gambe e di muoversi e gesticolare.

 

Il grande album dell’inconscio felliniano, pubblicato nel 2007 da Rizzoli a cura di Tullio Kezich in italiano, tradotto in seguito in inglese, francese e tedesco e prossimamente in cinese, ha ispirato la mostra allestita nella sala Murat del capoluogo pugliese, dove si possono ammirare i disegni del noto regista riminese. Aperta sino al 23 marzo e curata da sua nipote Francesca Fabbri Fellini, con la collaborazione di Rai Teche e Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, permette di scrutare i dettagli di quei disegni tutti tratti dal libro dei sogni che Fellini cominciò a scrivere a partire dagli anni Sessanta e sino al ’90 per fissare il suo mondo onirico, seguendo il consiglio dello psicanalista junghiano Ernst Bernhard, presso cui Fellini è stato in analisi. «Il sogno è cinema. Ogni anonimo sognatore fa un’azione creativa e ne è produttore, regista, attore – afferma Argentieri. L’altra funzione è quella per cui siamo anche pubblico e osservando diamo un giudizio a noi stessi. Così la metafora teatrale del sogno ci permette di raccontare la nostra vita». E svela che negli ultimi anni ha rilevato un appiattimento persino nel sogno, da parte di coloro che si rivolgono alla psicoanalisi. Forse perché – continua sorridendo – «le generazioni attuali hanno poche occasioni per ammirare le creature filmiche realizzate da Fellini».

 

Rossi, che oltre ad essere grande amico del suo conterraneo, fu anche suo aiuto regista dal 1951 al 1959, confessa che da subito parlarono di sogni. «In quegli anni abbiamo avuto un’intimità sognante ineguagliabile, visto che le sue immagini oniriche erano spesso anche proibite. Vita e sogno in lui erano esistenze che si sovrapponevano». Non ha mai tradito se stesso. «L’opera e la personalità sono in lui strettamente legate» – spiega Trevi, che lo ha accostato al pediatra-psicoanalista Winnicott, sottolineando il concetto di “unicità”, per cui «non è la sanità mentale ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta. Vale la pena solo se si ha la capacità di vivere se stessi». E con una follia fanciullesca Fellini ha messo in atto questo pensiero. L’analista ha descritto anche un sogno ricorrente nel maestro. Una lettera attorno alla quale si svolge l’azione. Destinatario e mandatario sono la stessa persona, lui stesso. Vari i sentimenti, ansia, ironia, curiosità. L’aspetto preponderante resta l’impossibilità di consegnare questa lettera, da interpretare come un tramite per stabilire un contatto tra chi non dispone di altra forma di comunicazione. Testi e disegni in Fellini erano fondamentali entrambe, seppur ciascuno ha un modo di approccio separato. Questo evidenzia la sua ambiguità. La Risset a proposito ricorda il film “Lo sceicco bianco”, e in particolare la scena in cui la piccola donna innamorata vede lui tra veli bianchi a Fregene. Ma lui è Alberto Sordi. In un minuto si passa dall’immagine reale e sublime alla grossolanità del personaggio. Ecco come col suo linguaggio cinematografico era capace di trasmettere illusione e disincanto. Per Fellini da bambini si ha maggior porosità con la barriera per l’inconscio, ciò che da adulti si perde, perché si erge un muro. E lui ne era talmente consapevole da far di tutto per non abbandonare mai quel contatto con il suo “io bambino”.

di Mariangela Pollonio

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