Da combattenti a cani domestici: così i pitbull vengono tolti ai clan

ROMA.  Zeb,  Wolly e Margot: chi li incontra per strada, a spasso con i proprio padroni, non può che pensare siano cani comuni. Loro invece portano addosso le cicatrici di un  passato da “ex combattenti” e un lungo percorso di riabilitazione, effettuato nel  centro di recupero dell’Ente nazionale protezione animali. «Ogni anno – spiega Marco Bravi, responsabile comunicazione e sviluppo dell’Enpa – migliaia  di animali, il 60% solo al mezzogiorno, vengono coinvolti in un giro d’affari vertiginoso, collegato alle scommesse clandestine, che arricchisce mafie e malavitosi.  Cuccioli di pitbull vengono allevati nella violenza per la violenza, torturati, drogati e infine scatenati l’uno contro l’altro». Le prospettive di vita di questi animali sono veramente basse: ci sono quelli che muoiono nei combattimenti e quelli che, quando non servono più, vengono gettati via come fossero rifiuti. Sono pochi i cani che riescono ad uscire da questo inferno e si trovano ad essere bisognosi di  affetto e protezione.

LA STORIA DI ZEB. Una missione che l’Enpa porta avanti dal 2003, quando si è presa cura dei primi 30 pitbull, sequestrati alla malavita. «Erano a vari stadi di addestramento – racconta Bravi – donargli una nuova esistenza è stato un percorso difficile e tortuoso, che si è dimostrato, però, possibile». Il centro di recupero si trova in una località segreta per evitare che i cani possano finire nelle mani dei vecchi proprietari. Uno staff qualificato e una continua ricerca scientifica sono gli elementi essenziali per la riuscita del recupero di questi cani ex combattenti, cresciuti in un costante disequilibrio tra quello che è giusto e sbagliato fare. «Varie sono state le fasi di recupero – spiega Alexa Capra, docente all’università Veterinaria di Pisa, che per  anni si è occupata del progetto – siamo partiti dai test di valutazioni individuali, l’elaborazione di un percorso specifico di riabilitazione a seconda dell’animale, per poi arrivare alla valutazione finale dei risultati. Uno dei cani del gruppo – racconta Capra – era un bel pit bull bianco pezzato di nero, dallo sguardo triste. Era come chiuso dentro un muro di diffidenza e di dolore, impaurito da ogni nostro tentativo di avvicinarci. Ero arrivata alla conclusione che soffriva di «impotenza appresa»: quando un cane non può difendersi, smette di reagire. Diventa passivo, subisce senza proteggersi». Alexa è riuscita ad abbattere il muro di Zeb, che ora è  tra i sedici dei trenta pitbull che, grazie al progetto di rieducazione, ha completato il suo percorso ed è stato dato in adozione ad una delle famiglie «addestrate».

ADOZIONI A DISTANZA. Gli altri cani sono stati affidati a dei volontari, i restanti hanno invece trovato «una serena permanenza in un canile». L’Enpa continua la sua opera a sostegno dei pitbull ex combattenti, grazie al finanziamento di sostenitori, che continuano ad adottare a distanza gli animali, contribuendo a donargli una nuova esistenza. «L’attuale obiettivo dell’Enpa – conclude Bravi – è continuare questo percorso, forti del fatto che per ogni criminale che trasforma i cani in belve da combattimento, ci sono persone che le fanno tornare cani».

 

di Emiliana Avellino

 

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