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Salvini a Napoli tra contestazioni e selfie: «Mafia e camorra sono simbolo di morte» LE FOTO

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NAPOLI – «Tornerò a novembre. Sono felice, orgoglioso ed emozionato di tornare a Napoli da ministro. E conto di dare una mano a questa città». Quando entra nella sala allestita in prefettura per il suo arrivo, il ministro degli Interni Matteo Salvini annuncia da subito il suo programma per Napoli. «Mafia e camorra sono simbolo di morte, violenza, povertà culturale. E qui, come altrove, le inseguiremo e le annienteremo, quartiere per quartiere, vicolo per vicolo, pianerottolo per pianerottolo». Rassicurazioni che il ministro del Governo Conte ha già dato nelle prime ore del mattino agli abitanti del Vasto, la zona della città ritenuta in questo momento più «calda» in termini di sicurezza.


Eppure, gli fa notare più di un giornalista, le zone a rischio non solo il Vasto: ci sono la vicina Porta Nolana, dove residenti e commercianti sono esasperati per il degrado dei mercati abusivi dei rifiuti e gli immigrati dediti allo spaccio e alla ricettazione fino a tarda notte; ci sono la Sanità, Forcella, l’area est con il Rione Villa di San Giovanni, dove le stese sono diventate la quotidianità. E ci sono anche i Quartieri Spagnoli o l’area nord con la sua provincia come Giugliano, dove si moltiplicano i roghi nei campi rom («il nostro obiettivo è ridurli a zero», dice il ministro). «Mi parlavano di una città rassegnata – ha detto il leader della Lega – ma io ho visto la parte buona di questa città, quella che vuole più sicurezza ed è per questo che in una prima fase invieremo, in via sperimentale, 150 uomini in più delle forze dell’ordine». Otto su cento le richieste di rifugiati accolte negli ultimi mesi, 1.300 parcheggiatori abusivi, 250mila euro per la video sorveglianza. E ancora dispersione scolastica, con bambini che piuttosto che andare a scuola «a 8 anni confezionano droga e a 12 la vendono», casi in cui «andrebbe tolta la patria potestà», sono alcuni dei temi che Salvini tocca durante il suo comizio-conferenza, mentre a poche centinaia di metri, in largo Berlinguer, c’è chi lo contesta e ricorda i suoi cori razzisti sul popolo partenopeo nel 2009 a Pontida: «I napoletani non sono quattro scalcagnati dei centri sociali», taglia corto lui col consueto sarcasmo. Poi l’uscita dal palazzo della prefettura, dove ad attenderlo c’è la folla osannante, che si scatta selfie col ministro, urlando il suo nome a squarciagola: «Matteo, Matteo!».
 

di Giuliana Covella

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