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Più ansiosi che “choosy”: i giovani, il lavoro e il futuro

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ROMA.  Paura di non lavorare, paura di non poter maturare la pensione: da un’indagine di Ial (Innovazione Apprendimento Lavoro) in collaborazione con Cisl oltre la metà dei giovani italiani ogni giorno fa i conti con l’ansia sul futuro. O, per meglio dire, sul presente che non riesce a promettere un avvenire certo e stabile.  I dati sono estremamente variegati sui timori ingenerati dalla crisi occupazionale, ma tutti riconducibili al pieno sviluppo della persona: c’è chi ha paura di perdere il lavoro nei prossimi mesi (55%), chi crede che tra 5 anni la propria situazione sarà peggiorata (40%); si temono particolarmente la perpetuazione del lavoro precario negli anni (61%) e l’aberrante possibilità di non poter creare una famiglia (60%), di acquistare una casa (51%) e non ottenere la pensione per l’aumento dell’età (56%). E così oltre la metà degli intervistati si dice pronta ad abbandonare l’Italia.
GLI OCCUPATI. E nemmeno va meglio a coloro che un lavoro già ce l’hanno. Per circa un quinto degli occupati le competenze necessarie per lo svolgimento della mansione da ricoprire sono state acquisite on the job (sul posto di lavoro), mentre quasi la metà degli under 35 sostengono di essere stati privilegiati nella ricerca di occupazione grazie a un amico o un parente e di aver ottenuto un contratto grazie a questi. Non a caso il 78% degli intervistati ritiene che nel nostro paese l’influenza di un conoscente sia determinante per riuscire a trovare occupazione e che in mancanza d’altro non si possa fare troppo i difficili e la necessità spinga a ripiegare su qualsiasi mansione purché retribuita.
QUALE FUTURO? Se nel 2007 il cruccio del lavoro riguardava i tre quarti dei giovani, oggi quasi tutti gli under 35 (91%) sono afflitti dalla sindrome della paura per l’occupazione. Se si guarda alla situazione odierna si può trovare uno specchio di quello che con ogni probabilità sarà il prossimo avvenire: il cosiddetto “ascensore sociale” non funziona e già sin da ora più della metà degli occupati in possesso di un titolo di laurea non ricopre ruoli in linea con la propria preparazione, con le proprie capacità e spesso le condizioni retributive siano nettamente inferiori rispetto alla famiglia d’origine.

di Claudia Di Perna

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