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Mille vite inghiottite dal silenzio: la strage invisibile del Mediterraneo
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Nelle settimane segnate dal passaggio del ciclone Harry sul Mediterraneo centrale, secondo organizzazioni umanitarie e reti di monitoraggio indipendenti, fino a mille migranti potrebbero essere morti o dispersi in mare nel giro di pochi giorni, in quella che rischia di diventare una delle tragedie più gravi degli ultimi anni lungo le rotte migratorie verso l’Europa.
Le partenze sarebbero avvenute in gran parte dalle coste tunisine, in condizioni meteorologiche estreme. Decine di imbarcazioni fragili sarebbero state spinte in mare proprio durante il picco della tempesta, con persone a bordo prive di informazioni, protezioni e strumenti minimi di sicurezza. Una dinamica che, secondo le organizzazioni presenti sul campo, non può essere ridotta a fatalità naturale ma va inserita dentro un quadro più ampio fatto di traffici, pressioni migratorie e politiche di controllo dei confini.
Il Mediterraneo resta infatti la rotta migratoria più letale al mondo. Negli ultimi anni migliaia di persone hanno perso la vita tentando di raggiungere l’Europa. Una strage silenziosa che spesso scompare dal dibattito pubblico, concentrato più sui numeri degli sbarchi che su quelli dei dispersi. Una narrazione parziale che rischia di disumanizzare un fenomeno complesso e profondamente legato a guerre, instabilità economica, crisi climatica e disuguaglianze globali.
In questo contesto si inserisce l’appello dell’Associazione Don Bosco 2000, che invita il Governo italiano a rivedere radicalmente gli accordi con Tunisia e Libia sul controllo dei flussi migratori, chiedendo maggiore trasparenza, responsabilità condivise e politiche di accesso legali e sicure, capaci di sottrarre terreno ai trafficanti e di rimettere al centro la tutela della vita umana.
Secondo quanto denunciato dall’associazione, le partenze durante eventi meteorologici estremi dimostrerebbero l’inefficacia degli attuali sistemi di controllo e la persistenza di un sistema in cui i trafficanti continuano a decidere della vita e della morte delle persone. Una situazione che impone una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa, sulla gestione dei confini e sulla responsabilità internazionale nella gestione dei flussi migratori.
La tragedia dei “mille” diventa così il simbolo di una ferita aperta nel cuore del Mediterraneo: l’ennesimo capitolo di una crisi umanitaria che continua a consumarsi sotto gli occhi del mondo.
di Francesco Gravetti






