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Nisida, il progetto che insegna ai ragazzi a gestire rabbia e impulsività

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A Nisida si insegna ai ragazzi a gestire la rabbia e l’aggressività. Succede grazie al progetto  “Dialectical Behavior Therapy” condotto da Rosetta Cappelluccio, presidente dalla Fondazione I figli degli Altri, che denuncia: «Nelle carceri italiane manca un percorso strutturato di psicoterapia». La psicoterapeuta, da anni impegnata a sensibilizzare a temi come violenza e bullismo nelle scuole, ha portato per la prima volta in Italia, proprio nel carcere minorile napoletano, l’iniziativa di respiro internazionale nata per ridurre l’impulsività e aiutare i ragazzi a gestire le loro emozioni.

Una piccola rivoluzione proprio lì dove adolescenti, già segnati da trascorsi traumatici e contesti problematici, hanno difficoltà ad aprirsi e ad avere fiducia nell’altro. Come spiega la Cappelluccio: «La scorsa primavera quando siamo entrati qui, in punta di piedi, i ragazzi erano molto diffidenti. Il carcere, in particolare quello minorile, è un luogo di iper-controllo e deprivazione, poco  favorevole alla co-regolazione affettiva. Per noi terapeuti è stato fondamentale, durante gli incontri con i detenuti, creare dei rituali iniziali e finali: dal saluto alla scelta di una parola semplice. Abbiamo messo in contatto le loro emozioni, nascoste, con le nostre, lasciandole confluire in un gesto, spesso sottovalutato, come l’abbraccio».

Grazie alla somministrazione di particolari test e attraverso l’osservazione diretta avvenuta in questi 8 mesi, la terapeuta ha potuto verificare che la maggior parte dei reclusi mostra una sostanziale incapacità di regolare l’impulsività e di superare stress e frustrazioni. «Studiando la loro personalità, abbiamo concluso che questi ragazzi agiscono con impulsività e si fanno coinvolgere in dinamiche di gruppo molto spesso per logiche di appartenenza, non per sadismo» sottolinea Rosetta Cappelluccio. Da qui, il supporto psicologico offerto a Nisida attraverso una serie di attività e lezioni pratiche, da simulazioni di situazioni a laboratori di arte, cercando di instaurare in loro nuova fiducia e speranza nel cambiamento.

Lo scopo è quello di insegnare ai ragazzi ad affrontare i momenti di forte stress senza ricorrere a violenza e autolesionismo, educarli a riprendere il controllo delle loro emozioni e della loro vita, così da evitare che possano cadere in comportamenti aggressivi e, quindi, commettere nuovamente reati, una volta fuori. «L’obiettivo ultimo – continua la Cappelluccio –  è quello di contribuire a ridurre le recidive, agendo su coinvolgimento attivo e consapevolezza dei ragazzi, ma anche sensibilizzando l’esterno e facendo rete per dare loro una possibilità: quella di cominciare a pensare al cambiamento».

I risultati del progetto, che continuerà almeno per un altro anno, sono stati raccolti e raccontati dalla psicoterapeuta Rosetta Cappelluccio nel libro edito da Franco Angeli “Vite costrette: narrazione clinica e pratiche DBT con adolescenti detenuti”. Il testo sarà presentato a Napoli (Palazzo Ischitella, via Riviera di Chiaia 270) il prossimo 6 febbraio (dalle ore 10) durante il convegno “Nisida oltre le mura” , alla presenza, tra gli altri, dell’assessore al Welfare della Regione Campania Andrea Morniroli, del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi e del giudice del Tribunale per i minorenni di Napoli Patrizia Imperato.

Al dibattito prenderà parte anche il pediatra Paolo Siani, che sottolinea: «Chi nasce da certi contesti in determinati quartieri, in qualche modo, è già segnato, il mio invito è quello di fare qualcosa per questi ragazzi prima arrivino a Nisida. Come? Attraverso l’investimento in politiche sociali, puntando a progetti per accompagnare le famiglie che hanno bisogno di aiuto ai servizi che, con tutte le loro lacune, sono presenti sul territorio». L’ex deputato parlamentare parlerà anche della dipendenza da smartphone così dannosa per i nostri ragazzi: «La risposta non è il divieto all’uso del cellulare nelle scuole fino ai 16 anni, come da molte parti sta accadendo, ma l’educazione a un utilizzo corretto, e i primi ad essere educati dovrebbero essere i genitori».

 

di Maria Nocerino

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