Napoli Negra, venticinque storie di migranti accolti da una città “irregolare”

Il senso e la potenza di “Napoli Negra” del giornalista Vincenzo Sbrizzi (collana “giornalisti scalzi”-edizione IOD), fresco di stampa, è racchiuso nella sua meravigliosa copertina a cura di Alessandra Finelli:  una Madre-Madonna negra che sorregge tra le braccia il proprio Figlio-Gesù Cristo negro. Una Pietà postmoderna che con fermezza vuole raccontare al mondo le storie dei nuovi Cristi, di uomini e donne “crocifissi” dalle guerre e dalle torture e “risorti” in un città – Napoli –  che seppur difficile e a volte matrigna, sa essere accogliente e generosa con i più deboli, con gli “irregolari” come lei.

Non è un caso, infatti, se questo libro sia uscito a ridosso della Pasqua, della festa che celebra il trionfo della Vita sulla Morte, perché Vincenzo Sbrizzi vuole narrare delle storie dei migranti («forgiati dal dolore e non dal rancore», commenta Isaia Sales in prefazione) non solo le sofferenze, le ingiustizie, ma anche le loro rinascite. Rinascite difficili, ancora in corso, ma comunque ritorni alla vita, quella che nei campi di concentramento della Tripolitania o nelle profonde acque del Mare Nostrum, stava per fuggire via.

Pezzi di esistenze di uomini e donne difficili da raccontare, a cui l’autore non vuole assuefarsi, e ancor di più da ascoltare come quella di Kebè fuggito dalla Nuova Guinea e arrivato, attraversando il Mali e il pericoloso Niger, in Libia dove finisce nelle mani dei sequestratori e vi rimane sei mesi. “Sopravvive in uno stanzone con altre 150 persone. Gli viene dato da mangiare una volta al giorno, solo un pezzo di pane”. Trova posto su di un barcone del mare e arriva a Lampedusa, da lì poi a Napoli accolto in una struttura di accoglienza da cui riceve il giusto aiuto per iniziare a vivere una nuova vita, seppur tra milioni di difficoltà.

O come l’odissea di Dimitri che vuole raggiungere solo la sua famiglia all’altro capo del Centro Africa e si ritrova rapito e portato nel distretto di Bengasi. “A consegnarglieli [ai carcerieri] sono delle squadre che effettuano i rapimenti. Li vendono al campo a 50 o 100 euro a persona. I carcerieri, dopo averli acquistati, potranno chiedere loro dai 500 ai 1000 euro come prezzo per essere liberati. Qualcuno non ne esce vivo ma quelli che ci riescono pagando, ripagano di gran lunga l’investimento. Un semplice calcolo da partita doppia, da ragionieri del male che trattano le persone come merce di scambio”. Dimitri, sottoposto a schiavitù e torture, riesce a raggiungere l’Italia dove trova ospitalità in un alloggio senza acqua calda né riscaldamenti gestito dalla cooperativa che verrà coinvolta nello scandalo di “Mafia Capitale”.

Storie di violenze di uomini su altri uomini, ma anche di violenza istituzionale che nega o colpevolmente ritarda il rilascio dei necessari documenti per rimanere nel nostro Paese. È il caso di Bechir, tunisino, laureato in matematica, che viene a vivere a Napoli per amore e si trova catapultato in un vero e proprio calvario tra carte bollate e controlli delle forze dell’ordine, da queste accusato di aver contratto un falso matrimonio. Oppure è il caso di Ana, serba, che peregrina tra i commissariati e la questura per il suo permesso di soggiorno fino a quando si presenta alle istituzioni con in braccio il suo bambino da poco nato in Italia.

Intorno ai nuovi Cristi raccontati da Vincenzo Sbrizzi, tanti operatori sociali e enti no profit che si spendono tutti i giorni per garantire loro una buona accoglienza e sostenerli in un progetto di integrazione socio-lavorativa che gli possa consentire di voltare pagina e di rinascere.

E poi in “Napoli Negra” c’è la città, madre accogliente ma allo stesso tempo matrigna e piena di contraddizioni. Anche questo è il pregio del libro del giornalista da poco insignito del premio “Giancarlo Siani”: tenere insieme le contraddizioni di Napoli, gli orrori e le speranze di chi ha fatto un viaggio andata e ritorno dall’inferno e ha ancora tanti sogni per il futuro.

di Ornella Esposito