“Idoneità alloggiativa”: quando la legge non è uguale per tutti. Il caso delle stanze per stranieri

È notizia di qualche giorno che l’Ufficio Immigrazione della Questura di Napoli abbia rifiutato alcune domande per il rinnovo delle carte di soggiorno – ossia i permessi di lunga durata – a tutti e tutte coloro che non sono stati in grado di certificare l’idoneità delle soluzioni abitative in cui risiedono.

È il mercato immobiliare ad offrire ai soggetti migranti abitazioni fatiscenti che non rispettano i requisiti minimi previsti dalla legge, impedendogli, così, il conseguimento del certificato di “idoneità alloggiativa”, necessario non solo per il percorso di regolarizzazione del loro soggiorno in Italia, ma anche per migliorare la loro condizione lavorativa (lavoro subordinato o autonomo) e familiare e affettiva (ricongiungimento e/o coesione familiare).

È con la Circolare 7170 del 18 Novembre 2009 che il Ministero dell’Interno ha invitato i Comuni a prendere come riferimento, per il rilascio del certificato di “idoneità alloggiativa”, il “Decreto 5 Luglio del 1975 del Ministero della Sanità che stabilisce i requisiti igienico-sanitari principali dei locali di abitazione precisando anche i requisiti minimi di superficie degli alloggi, in relazione al numero previsto degli occupanti”. 

Attraverso il conseguimento di tale “idoneità” viene certificato che un alloggio è idoneo all’abitazione in quanto rientra nei requisiti minimi, richiesti dalla legge, in materia di edilizia residenziale. Deve essere garantita una superficie minima dell’immobile calcolata in relazione al numero di chi lo vive e una conformità dei requisiti igienico-sanitari risultando, così, adatto ad ospitare in sicurezza chi li abita. È stabilito che l’altezza minima del soffitto di un appartamento deve essere di 2,70 metri e che ciascun appartamento, se abitato da un numero massimo di quattro persone, deve garantire una superficie minima di 14 metri quadri a inquilino; nel caso in cui il numero dovesse essere maggiore, la metratura da garantire è ridotta a 10 (quindi, una casa di sei persone dovrebbe essere almeno di 76 mq).

La circolare continua, imponendo il requisito di dotazione dell’immobile di un impianto di riscaldamento, illuminazione e di aspirazione di fumi, vapori ed esalazioni di cucine e gabinetti e, inoltre, ciascun ambiente abitato deve essere dotato di finestre apribili. Infine, deve essere garantita una stanza da bagno (completa di tutti i sanitari) per ogni appartamento.

Tali requisiti dovrebbero essere normalmente e moralmente garantiti per ciascuna vita umana e, invece, si scontrano con una realtà materiale che ne determina la quasi impossibilità di raggiungimento da parte, soprattutto, di tutti gli uomini e le donne migranti a cui la maggior parte di questi immobili – non idonei a una vita dignitosa – sono destinati.

A Napoli esiste un mercato immobiliare la cui offerta, seguendo la linea del colore della pelle, ha determinato dinamiche progressive di segregazione territoriale caratterizzata da una bassa qualità abitativa e una crescente marginalizzazione sociale.

“Case/Stanze/posti letto per stranieri” è il codice che indica la differenza abitativa. Una dicitura esemplificativa di una condizione di vita che interessa maggiormente quella parte della popolazione della città di Napoli di origine africana e per lo più irregolare. È il numero delle pareti a determinare la capienza dei posti letto all’interno dell’abitazione. Penuria di spazio e povertà igienico-sanitaria sono le risultanti di un sistema simbolico e materiale che guarda a tali soggettività come subalterne e non degne di godere del diritto a una vita dignitosa e in sicurezza, oltre a ostacolare la formazione di un nucleo familiare.

Il/la migrante si ritrova a dovere accettare l’unica soluzione abitativa che il colore della sua pelle gli/le permette e che rischia di non essere sufficiente per la realizzazione del suo progetto migratorio e soprattutto per uscire fuori dal limbo dei documenti, che “danna” implacabilmente le loro vite.

È nella discriminazione che si produce e riproduce la differenza. Se questa idoneità alloggiativa venisse fatta valere anche per i/le cittadini/e italiani/e ai fini del rinnovo dei documenti e/o della residenza, si riscontrerebbero non pochi problemi rispetto la qualità delle loro abitazioni. Basti pensare alla struttura dei “bassi” del centro storico di Napoli, ossia soluzioni abitative fronte strada caratterizzate da spazi molto piccoli dove l’unica fonte di luce e di ricambio d’aria è una finestra ricavata dalla parete d’affaccio in strada. O ancora, all’edilizia popolare che caratterizza i quartieri periferici in particolare di Napoli Est e Napoli Nord, dove la maggior parte degli appartamenti non riescono a garantire una metratura idonea per l’intero nucleo familiare che vive la casa. Sono le attuazioni discriminanti delle regole stesse a percepire e far percepire il/la migrante come perenne ospite poco gradito e costretto a dover continuamente mettere in regola la sua presenza.

di Emanuela Rescigno