Lavoro e Lockdown: una questione di genere

È il Rapporto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro pubblicato il 31 Ottobre 2020 e, in particolare, il suo focus “Ripartire dalla risorsa donna” a far emergere che, anche in questa emergenza pandemica, sono le donne le più colpite dagli effetti materiali della misura sanitaria stabilita dal governo per contenere la diffusione dei contagi da Sars-Cov-2, il lockdown.

Come suggerisce il Rapporto, il bilancio degli effetti prodotti dall’emergenza sanitaria (ed economica) del Covid-19 sul mercato del lavoro è ancora del tutto parziale ma, guardando ai dati pubblicati, tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020 si sono registrate 470 mila occupate in meno, per un calo annuo del 4,7%. Su 100 posti di lavoro persi (in tutto 841 mila), quelli occupati dalle donne rappresentano il 55,9%, a differenza dell’occupazione maschile, che ha registrato un decremento del 2,7% (371 mila occupati).

Un mercato del lavoro “genderizzato”

Un elemento strutturale di questa condizione è la segmentazione lungo la linea del genere dell’occupazione tra i settori economici e professionali che ha sempre caratterizzato il mercato del lavoro e che, durante il lockdown primaverile, ha acuito ancor più la differenziazione della distribuzione del lavoro – e delle sue opportunità – riflettendosi anche nell’indice di impiego nell’attività lavorativa: il 74% delle donne lavoratrici ha continuato a lavorare durante il lockdown rispetto al 66% degli uomini.

È la “femminilizzazione” e l”iper-femminilizzazione” di determinati settori del lavoro a rendere le donne lavoratrici le soggette più colpite dalla crisi. Basti pensare al sistema ricettivo e della ristorazione dove le donne rappresentano il 50,6% del totale degli occupati; ai servizi, in particolare di assistenza domestica e di cura, dove il lavoro femminile arriva all’88,1% e, data la loro maggiore incidenza, al settore sanitario e dei servizi sociali – dove i due terzi del personale è composto da donne – in cui aumenta la loro esposizione al rischio del contagio.

Il nuovo volto della povertà italiana

Il ruolo economico della donna viene disciplinato e determinato da una differenziazione di genere del mercato del lavoro che le riconosce tutto il carico del lavoro domestico, ovvero il ruolo produttivo e riproduttivo (non riconosciuto e non retribuito) all’interno della struttura economica familiare. É sul corpo e sulla psiche che grava, in modo quasi del tutto esclusivo, il carico del lavoro di cura e domestico della famiglia ancor più in questa, non ben definita e organizzata, seconda ondata pandemica.

Smart working, home working, lavoro (ri)produttivo e domestico, didattica a distanza, assistenza agli anziani, convivenza forzata e violenza domestica sono costitutivi del sovraccarico materiale ed emotivo che continua a disciplinare il tempo e il ruolo della donna lavoratrice in una società che la spinge sempre più ai margini sia occupazionali che retributivi. È la donna precaria, con figli/e a subire il peso della crisi economica anche durante questa seconda ondata pandemica e, a darne conferma, è il Rapporto Povertà della Caritas 2020: nel periodo maggio-settembre le donne che hanno chiesto aiuto, subito dopo il lockdown, sono state il 54,4% contro il 50,5% del 2019, fotografando così il nuovo volto della povertà italiana: una donna con due figli.

Lavoro domestico non riconosciuto e inattività lavorativa
È il sentire comune della cultura patriarcale che struttura e riconosce la “naturale propensione femminile” verso le professioni di cura e assistenza e il basso valore – in termini salariali e di catena produttiva – che gli viene attribuito, determinando una condizione di subalternità lavorativa a cui viene riconosciuta una minore possibilità di crescita professionale e di carriera, quindi, di miglioramento della propria condizione economica.

Durante il lockdown primaverile la chiusura delle scuole e l’assistenza alle componenti anziane della famiglia hanno, in maniera esclusiva, aggravato gli oneri delle figure femminili della casa infatti, il 65% delle donne fra i 25 e i 49 anni, non riescono – né fisicamente né mentalmente – a sovrapporre ore lavorative-professionali al carico di lavoro materno, domestico e di cura accumulando, così, un’ulteriore contrazione dei dati di attività lavorativa. Nell’ultimo anno la tendenza della donna ad allontanarsi dal lavoro, rinunciando anche alla ricerca di un’occupazione, è cresciuta sensibilmente, facendo registrare tra giugno 2019 e 2020 un incremento di 707 mila inattive (+8,5%), soprattutto tra le donne più giovani. Il tasso di attività femminile, nello stesso arco di tempo, è diminuito di 3 punti percentuali, passando da 56,8 a 53: una contrazione che sarebbe necessario risignificare come sottrazione materiale delle capacità lavorative ed economiche delle donne se non, addirittura, di limitazione del godimento effettivo del proprio diritto al lavoro.

di Emanuela Rescigno