“Figli in Famiglia” chiude le porte per l’emergenza sanitaria, ma non interrompe la catena di solidarietà

Figli in Famiglia è un punto di ritrovo nella periferia est di Napoli, una seconda casa per molti del quartiere di San Giovanni, nell’oasi di Carmela Manco girano tra le quattrocento e le cinquecento persone al giorno. Con l’emergenza COVID-19 tutto si è fermato. Dal doposcuola che accoglie bambini e ragazzini, alle attività sportive, ai laboratori che coinvolgono gli adulti, fino allo sportello di ascolto. “Molte persone – racconta Carmela Manco, responsabile del Centro-mi hanno chiesto dello sportello, ma come faccio? Se apro a qualcuno, devo aprire a tutti e sarebbero troppi.Con le attività siamo fermi ma stiamo provando a lavorare al computer per il doposcuola. Le maestre assegnano i compiti e il doposcuola lo facciamo via web. Noi siamo il riferimento di molti bambini e ragazzini, non possiamo abbandonarli. Abbiamo un gruppo di quindici ragazzi che stiamo accompagnando alla licenza media. Quando videochiamo i più piccoli la mancanza è forte, partono baci a distanza, mi dicono parole bellissime. L’uomo è un animale relazionale, ha bisogno del contatto.” L’oasi ha dovuto chiudere le sue porte, ma il lavoro solidale non si è fermato. E’ nata una collaborazione con la fondazione Regina Pacis per raccogliere e distribuire la spesa. L’iniziativa è partita nei giorni di Pasqua e sta continuando ininterrottamente perché la domanda è crescente e le segnalazioni che arrivano al numero verde messo a disposizioni sono quotidiane. Il progetto si chiama “Abbi cura di noi” e provvede alle necessità alimentari e ai bisogni dei più piccoli delle famiglie dalla zona est di Napoli fino a Quarto. Nell’oasi sono state allestite le aule del catechismo, lì arrivano le richieste del quartiere e si prepara la spesa. Ma la povertà non è così facile da arginare e spesso i rifornimenti con bastano come racconta Carmela. “Devo mettere mano alle scorte che abbiamo nella struttura. La gente sta morendo di fame ed è sempre poco quello che abbiamo quando vengono a chiedere. La pasto, l’olio non bastano, serve frutta, carne e noi che vorremmo aiutare ancora di più i soldi non sappiamo dove prenderli. Nelle periferie le persone si mantengono con il minimo, non hanno risparmi. La situazione è estremamente difficile, ma non nascono che sento crescere in me una grande speranza. Questo virus ci ha messo in ginocchio, ci ha dimostrato quando possiamo essere vulnerabili e da questo dovremmo ripartire per trovare un’altra scala di valori. Abbiamo dato troppa importanza al denaro, ci siamo schiacciati a vicenda. Ma qui in periferia assisto ad atti di generosità estrema: persone che non possono mettere il pane a tavola rinunciano ad essere aiutate pensando a chi può vivere in situazioni ancora più difficili. Sono questi atti a riempirmi il cuore di speranza, a farmi pensare che forse, quando avremo superato tutto questo, insieme, spinti dalla solidarietà e camminando nella direzione giusta, potremo ripartire”.

 

di Lea Cicelyn