Abilista: sicuro di non esserlo?

Il termine “discriminazione” deriva dal latino “discriminatio”, da “discrimen” separazione, derivato di discernere. La discriminazione è la capacità di comprendere la complessità della realtà riuscendo a distinguere le parti diverse che la compongono. E’ dunque un concetto neutro, ma allora perché al termine “discriminazione” associamo fenomeni come il razzismo, il sessismo, l’omofobia, la transfobia e l’abilismo? Forse perché avere la capacità di riconoscere delle differenze non basta a comprenderle. Ci vuole tempo per conoscere, metabolizzare e imparare a relazionarci a realtà che ci appaiono così diverse dal nostro modo di essere o dal nostro quotidiano. Ecco che si rischia di imbarazzarsi, provare disagio, indifferenza, talvolta persino odio e istinti violenti che nel tempo hanno indotto ad attribuire al termine discriminazione un’accezione negativa. E meno si conosce, meno si integra, meno si integra, meno si conosce. Un circolo vizioso che può avere un impatto più o meno devastante sulle vite altrui. Consideriamo per esempio l’ablismo: il termine deriva dall’inglese “ableism”, utilizzato negli ambienti americani per definire l’atteggiamento discriminatorio nei confronti delle persone con disabilità. L’abilismo include una serie di comportamenti che si adottano quando ci si relaziona a persone che presentano un handicap, può essere descritto come una piramide, alla base ci sono atteggiamenti innocui come l’indifferenza, ovvero la scelta di non contrastare qualunque forma di abilismo a cui si assiste. Il gradino successivo è la minimizzazione, si manifesta tramite espressioni quali “ah io non ti vedo come un disabile”. In questi casi si tende a non considerare la disabilità come identità sociale, ovvero a non considerare l’appartenenza di una persona ad un gruppo al quale di fatto appartiene. Altri modi dire come “sei un down”, “sei un handicappato” rappresentano invece forme di abilismo esplicito. La disabilità in questo caso viene interpretata come una condizione così degradante da servire come strumento di linguaggio con cui offendere. Ma non finisce qui, anche la semplice enfatizzazione di azioni quotidiane o scelte comuni rientra nell’abilismo: “come sei bravo, hai deciso di studiare”, “ti ammiro, hai decido di fare un figlio nonostante la tua condizione”. Ci sono poi tutta una serie di considerazioni che facciamo internamente e che ci rendono più abilisti di quanto possiamo immaginare: guardare alla disabilità come ad una tragedia e considerare la morte un’opzione più valida per esempio, oppure non contemplare che le persone con disabilità possano vivere relazioni soddisfacenti e reputare che i partner o gli amici siano persone eccezionali, persone buone e devote. E dalle semplici considerazioni si arriva ai fatti, ignorando le necessità differenti comportate da una condizione. Può trattarsi di un insegnante che ignora i bisogni di accessibilità del suo studente disabile, di politiche che non rispettano le istanze delle persone con disabilità, ma anche non facilitare l’accesso a determinati servizi e indurre gli individui a vivere nelle residenze assistenziali anziché a casa propria rientra in forme di abilismo esplicito. Si tratta di una vera e propria esclusione dai contesti sociali e si percorre la piramide fino ad arrivare all’incitamento alla violenza, ad azioni violente e a fenomeni estremi come i genocidi. E’ chiaro che ad essere crescente è l’impatto che questi comportamenti possono avere sulle vite di chi convive con una disabilità. Quella che dovrebbe essere considerata una condizione fisica diviene una caratteristica assolutizzante dell’individuo, una condizione che finiamo per danneggiare ulteriormente con il nostro modo di guardare, parlare e agire. Forme di disagio, di pietismo, di paura lasciano che la disabilità preceda il nome, la simpatia, le capacità intellettive, le peculiarità e tutte le restanti capacità fisiche di quella persona. E’ un problema di educazione, ma laddove non siamo ancora ben educati a tutta la complessità che accompagna l’esistenza, non ci resta che partire da piccola rivoluzione interiore per interrompere il circolo vizioso: impariamo a guardare discriminando la persona dalla disabilità.

di Lea Cicelyn