L’ex Pooh in campo per l’Aido. «Non bisogna avere paura»

sdo1-Aido-emailBARI- «Un “no” all’espianto uccide, oltre te, altre sette persone. È questo pensiero che mi ha convinto a mettere le carte in regola per l’espianto. Non bisogna avere paura. È un meraviglioso intreccio di esistenze». Motiva così la sua adesione alla cultura del dono Stefano D’Orazio, l’ex batterista dei Pooh, impegnato nell’allestimento del musical “Cercasi Cenerentola”, testimonial della nuova campagna d’informazione e sensibilizzazione di Aido – Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule – che per il XII anno rinnova l’appuntamento con la giornata nazionale “Un anthurium per l’infomazione”.
Sabato 5 e domenica 6 ottobre i volontari Aido, in più di 1.500 piazze italiane (www.aido.it), distribuiranno materiale informativo e offriranno piante di anthurium per la ricerca sui trapianti.
IL GESTO- D’Orazio da anni è vicino all’associazione a cui presta il suo supporto. E racconta quando è scattata in lui la scelta di avvicinarsi a questo mondo.
«Venti anni fa la sorella di una mia cara amica ebbe un ictus, la ricoverarono e due giorni dopo morì. Quel giorno ai familiari fu chiesta l’autorizzazione per espiantare gli organi. E per la prima volta ho assistito a questa decisione di estrema generosità, in un periodo storico in cui non c’era affatto la cultura della donazione. Lei era giovanissima e le furono espiantati tutti gli organi. Ho scoperto in quel momento che altre sette persone avrebbero continuato a vivere o vivere meglio grazie a quel gesto. Fu un episodio che mi colpì molto». Fino a dieci anni fa l’Italia era penultima al mondo per la donazione. Era seguita solo dalla Grecia. Oggi, invece, è terza, dopo Francia e Spagna. Merito soprattutto di Aido che ha cercato di informare sulla donazione attraverso un lavoro capillare su un territorio in cui c’è stata refrattarietà all’argomento, che ancora incontra qualche pregiudizio.
40 ANNI DI AIDO- Quest’anno Aido festeggia i suoi primi 40 anni di attività, in cui si sono incontrati soci, volontari, operatori sanitari e famiglie di donatori, che hanno permesso che la fine di una vita diventasse la rinascita di un’altra.
Una statistica conferma che vivono bene in molti casi a dieci anni dall’operazione il 97% di quelli che hanno avuto un trapianto al rene; l’82% di chi ha trapiantato il cuore; l’86% il fegato. Il 90% dei trapiantati di rene e cuore e il 75% dei trapiantati di fegato sono anche in condizione di lavorare. Alcune donne trapiantate hanno portato a termine una o due gravidanze e molti pazienti praticano sport. «C’è un’altra motivazione che mi ha spinto ad aderire – aggiunge il musicista-. La dialisi è un peso economico per la società. Sei un cittadino a carico degli altri. Quindi donare diventa anche un contributo al risparmio sociale. Poi ho una mia credenza, non comprovata scientificamente, che esista una continuità di involontario Dna che trasmettiamo attraverso il trapianto. Chissà se un cuore buono renderà la persona che lo ospiterà buona anch’essa».
di Mariangela Pollonio
 
 

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