Dentro l’ospedale psichiatrico di Aversa

CASERTA – La domanda è: che ci fanno ancora qui? Che ci fa Giuseppe da Ruvo di Puglia, che rubò un furgone e dice «ma non lo volevo rubare», e mentre lo dice si mette a ridere e un attimo dopo comincia a piagnucolare: «Papà vieni a prendermi, mamma vieni a prendermi. Ti prego. Fammi uscire. Adesso». E che ci fa Amar, tunisino clandestino senza neppure un indirizzo, che doveva stare due anni e ne sono passati tre e mezzo. E che ci fa quello che non dice nemmeno il suo nome perché non dice proprio niente. Apre la bocca in un sorriso sdentato e mostra le mele che si porta sempre appresso senza mangiarle mai.
Che ci fa ancora qui – in un luogo nato castello aragonese per ospitare regnanti e poi cavalieri, e finito dimora coatta per quelli che una volta chiamavano pazzi criminali – questa umanità disperata e indifesa da se stessa e indifendibile in un tribunale se non con una perizia dove c’è scritto: infermità mentale.

L’OPG DI AVERSA – Aversa, Ospedale psichiatrico giudiziario, uno dei sei che ci sono in Italia. Ultimo a scoprirne la vergogna, lo Stato aveva fatto una legge per chiuderli tutti entro il 31 marzo 2013. Alla fine li ha ritinteggiati, ha svuotato e murato i reparti peggiori, e li ha lasciati aperti e funzionanti. Per un altro anno, dice la proroga approvata in fretta e furia dal precedente governo. Per chissà quanti anni ancora, viene da pensare con comprensibile diffidenza, visto che per sollevare la questione c’è voluta un’ispezione della Commissione europea contro la tortura (2008) che definì Aversa un lager, e solo allora lo Stato, che gli Opg li teneva in casa, andò a vedere e si vergognò di se stesso. Ma non abbastanza da creare in tempo centri di cura alternativi, strutture gestite dalla sanità pubblica e non dall’amministrazione penitenziaria.

UMANITA’ DISPERATA E INDIFESA – E quindi niente è cambiato per povericristi come Giuseppe da Ruvo di Puglia, il tunisino Amar, quell’altro che non parla e tutti qui dentro. Perché nessuno si salva, quando il letto di ospedale è oltre le sbarre di una cella, pure se la cella ora ha solo tre letti e non c’è più il cesso alla turca. E non c’è più nemmeno la staccata, quel reparto separato dagli altri che era il peggio del peggio, il più sporco e puzzolente, il più affollato, il più degradato e degradante per le celle con i letti di contenzione dove un uomo legato smette di essere un uomo e diventa una cosa. Orrori finalmente da museo. Ma finché restano gli uomini, qui dentro, resta tutto. E non basta che oggi siano 151 e non più trecento, e che quindi i medici possano seguirli meglio. Perché alla fine è sempre una questione di benzodiazepine, ansiolitici che non curano ma calmano. Ma certo servono anche quelli per fermare la mente se sta per andarsene dietro i suoi demoni, servono per non sbattere la testa nel muro, per non stringersi al collo la prima cosa capace di reggere il peso di un corpo penzolante.

Quanti ne sono morti così, ad Aversa. Ora è un po’ che non capita, e guarda di che cosa bisogna accontentarsi: che i suicidi diminuiscono, invece di vergognarsi di quelli passati. E bisogna accontentarsi delle opportunità che la direttrice Elisabetta Palmieri riesce a offrire ai reclusi: l’attività teatrale, l’orto da coltivare, l’ippoterapia due volte a settimana. È qualcosa, ma non basta. Non basta ai tanti siciliani, calabresi e pugliesi trasferiti da Barcellona Pozzo di Gotto, che non vedono mai un familiare e per questo stanno peggio.

E non basta a quelli che un familiare fuori nemmeno ce l’hanno, né a quelli che aspettano da mesi di uscire per andare in comunità ma non si libera mai un posto, o a quelli che invece in comunità c’erano andati ma se ne sono anche scappati e allora li hanno presi e riportati qui, e adesso passano il tempo a pentirsi inutilmente. Gli internati ripetono tutti le stesse cose: «Non è vero che ho picchiato mia mamma»; «Non è vero che ho reagito ai poliziotti»; «Non è vero che ho rubato quella macchina»; «Non lo so perché sto qui». Lamentosi come il napoletano che dice «ho rotto tutti i giocattoli e Gesù mi ha punito, perciò sto qui». Entusiasti del nulla come il romano che in permesso ha comprato gli occhiali da sole di plastica su una bancarella e ora non se li toglie mai. Teneramente generosi come il siciliano che ti chiede una sigaretta e poi ti vuole regalare l’accendino. Tutti così, pure gli assassini.

STORIE DI FOLLIA – Il ventenne schizofrenico che ha ammazzato una prostituta: è l’ultimo arrivato e ancora non capisce perché sta qui. Il serial killer che a metà degli anni Ottanta uccise due donne a Napoli (una la fece a pezzi e l’altra la buttò in mare) e che ancora oggi tiene un occhio chiuso e l’altro aperto come nelle foto segnaletiche di quasi venticinque anni fa, perché dice che ha un occhio bello e l’altro brutto. L’architetto che andava a fare rapine e ha rischiato pure la strage, e quando l’hanno preso ha detto che gliel’avevano ordinato telepaticamente Berlusconi, Alemanno e La Russa. Questi hanno ancora tempi lunghi prima della libertà, ma tanti altri no. «Potremmo mandarne fuori ancora una cinquantina, se ci fossero le strutture per accoglierli», spiega la direttrice. E l’Opg di Aversa diverrebbe un luogo certo ancora meno affollato, ma mai adatto a chi non di una cella ha bisogno, ma di cure. E se restiamo umani, anche di solidarietà.

di Fulvio Bufi (corriere.it)

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