La preghiera in carcere: il complicato rapporto tra religione e detenuti

Sono oltre il 50% della popolazione carceraria i detenuti di religione cattolica secondo i dati Antigone risalenti al 2017, assistiti da oltre quattrocento cappellani che, secondo le disposizioni di legge, possono officiare la messa e numerosi sono i volontari attivi nei vari ambiti delle attività all’interno delle carceri.

Lo Stato Italiano garantisce a tutti coloro che sono privati della libertà personale la libera espressione del proprio culto e il regolamento penitenziario garantisce la partecipazione ai riti, ma al di fuori della fede cattolica attualmente questo appare più difficile anche per uno stato di cose mutato solamente negli ultimi anni e che richiede del tempo per adeguarsi alle rinnovate esigenze.

Il secondo gruppo più numeroso è quello islamico (11%) che vede una presenza maggiore soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, e che così come nel caso dei carcerati di fede ebraica, richiede una attenzione anche per quanto riguarda gli alimenti distribuiti nelle strutture detentive. Gli imam, attualmente attivi negli istituti di detenzione italiani e accreditati presso il Ministero dell’Interno, non supererebbero la ventina, ma molti hanno accesso agli istituti in quanto volontari, si parlerebbe di circa 150 sempre secondo le stime dell’associazione attiva nella tutela dei diritti dei carcerati. Da anni comunque, nelle carceri italiane, vengono predisposte tutte le tutele necessarie affinché i fedeli musulmani possano vivere il mese sacro del Ramadan, con gli orari di digiuno e le pratiche cultuali necessarie. A seguire con circa il 4% delle presenze coloro che si sono dichiarati di fede cristiana ortodossa nelle sue varie chiese e che possono contare su una trentina di ministri di culto afferenti alla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia.

Molto presente è l’orbe delle cosiddette chiese protestanti o riformate, che tra le varie confessioni e congregazioni contano svariate centinaia di pastori e volontari che nelle istituzioni carcerarie svolgono storicamente opera di evangelizzazione e vicinanza attiva a chi vive in condizione di reclusione. Singolare è la situazione dei Testimoni di Geova che, a fronte di poco più di trenta detenuti dichiaratisi appartenenti a questa fede, possono contare su una schiera di ministri che per numeri “se la può giocare” con i cappellani cattolici. Da segnalare infine il valore “edificante” che la presenza religiosa nelle carceri ha sia per i detenuti che per i ministri e i fedeli stessi dei vari culti, in quanto negli istituti la collaborazione tra le varie religioni è un qualcosa di consolidato e costruttivo, foriero di condivisione di esperienze e sentimenti, una situazione che si manifesta spesso nel dialogo, nell’aiuto materiale, o nella presenza ai momenti di culto, che unisce ministri o fedeli di una determinata religione a detenuti di un’altra. 

di Cristiano M. G. Faranna