Dipendenze, la storia di Luca e della sua risalita dagli abissi della droga

La storia di Luca con la droga è nata quasi per scherzo, per un balordo tentativo di conformarsi allo stile di vita dei ragazzi del suo rione e non sentirsi diverso o inferiore a loro. Luca ha sedici anni e abita in uno dei vicoli stretti e incrociati dei quartieri spagnoli, la sua famiglia è semplice ma unita, senza quei grandi problemi che ci si aspetterebbe da un nucleo familiare di un ragazzo con dipendenza patologica. All’inizio lo “scherzo” era ogni quindici giorni, poi l’uso di cocaina è diventato sempre più frequente fino a trasformarsi in una dipendenza. La sua fidanzata lo lascia perché intuisce che non sta rigando dritto e la polvere bianca diventa la grande consolazione al dolore.

TROPPO TARDI – I suoi genitori non si accorgono della virata nel baratro, se non molto tardi, anche perché Luca ha un lavoro che gli piace: è fabbro e la sua bottega va molto bene, gli consente addirittura di accendere un mutuo per acquistare due case. Ma presto, e in conseguenza della separazione dalla fidanzata, Luca è costretto a venderle perché ha bisogno di soldi; nel frattempo fa ingresso nella sua vita il maledetto cobret, l’eroina che si fuma e che non gli dà l’impressione di essere tossicodipendente. Per Luca è l’inizio della fine: in una giornata ne usa fino a sette dosi e inizia a mescolare le droghe. Il pensiero fisso è procurarsi le sostanze stupefacenti, il resto della vita diventa marginale e sfuocato; si rintana sempre di più nella bottega perché non vuole farsi vedere dalla gente del quartiere ed esce solo la mattina presto o la sera tardi, ma ormai è caduto nel vortice e gradualmente la bottega si spegne così come i suoi rapporti con la famiglia. L’unica soluzione per lui è buttarsi nello spaccio, che pratica per cinque anni fino al giorno in cui lo beccano. “Volevo essere arrestato – confessa – perché era l’unico modo per fermarmi”. Di carcere Luca si fa complessivamente dodici anni e ad un certo punto incrocia il Centro Diurno “Gulliver”, gestito dalla Cooperativa Sociale “Il Millepiedi”, a cui viene affidato per seguire un percorso di riabilitazione, l’unico modo di scontare la pena fuori dalla sbarre. Come tutti i tossicodipendenti crede di potercela fare da solo e l’ ingresso al Gulliver è sprezzante: dopo un mese ritorna in carcere per evasione e ancora dopo, quando esce, una lite accesa con il cognato che sfocia nella violenza gli costa una denuncia per maltrattamenti. Lo sconforto fa capolino dentro di lui e negli operatori che tuttavia non demordono.

LA RISALITA – Pian piano Luca inizia a capire che l’unico a pagare il conto dei suoi errori è lui e gli si apre dentro una crepa attraverso la quale può entrare un minimo di luce. Gianni, il suo operatore, trova la chiave con cui deve sfidarlo per tirargli fuori la motivazione al cambiamento e il percorso di riabilitazione di Luca cambia direzione. È difficile, Luca è molto fragile, ha paura, e la comunità diurna dove stare solo fino al pomeriggio è una sfida ardua per un detenuto, ma questa volta ce la vuole fare e sente che gli operatori gli danno fiducia nonostante i suoi colpi di testa. Così volta pagina, segue il progetto terapeutico del Centro, lavora su se stesso e sul sentimento della vergogna, molto forte dentro di lui; grazie a suo fratello riesce ad inserirsci in un’azienda di pellami che accetta di prenderlo “in affidamento al lavoro” e si stabilisce a vivere a casa della mamma. Ad agosto scorso ha terminato la condanna e anche il suo cammino al Gulliver, ma non si sente pronto a recidere il legame con il Centro perché ha bisogno ancora di sostegno, motivo per cui ha scelto di vivere a casa dei genitori. Ammettere le proprie fragilità, sentire il bisogno di un legame sano, è la forza di Luca che non è più invincibile come credeva di essere un tempo. Oggi si sente un uomo, con i limiti e le possibilità delle persone normali, le speranze e le paure. E con un pizzico di coraggio in più troverà il modo giusto di raccontare al figlio la sua vita passata e l’incredibile forza di averla capovolta risalendo dall’abisso nero della droga.

 

di Ornella Esposito