Tracciare la “La linea del cuore” per ridefinire gli spazi della sofferenza LE FOTO

Giunge al suo quarto anno il progetto “La linea del cuore” nato da un’idea del Cdr Fiera dell’Est Ds. 26, articolazione del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Na 1 e di tante altre realtà e soggettività che si impegnano quotidianamente nella creazione e formazione di spazi di inclusione ed espressione artistica per i sofferenti psichici.
Qualche giorno fa, nella sala delle Conferenze del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) la Linea del cuore, nell’ambito del progetto #Mannperilsociale, si è riunita con tutte le realtà di cui si compone per far conoscere il proprio progetto e il proprio impegno nella “lotta allo stigma” partendo dall’interno degli spazi di reclusione della sofferenza mentale per raggiungere l’intero territorio metropolitano.

Il convegno ha accolto gli interventi delle soggettività coinvolte tra cui quella del direttore del Mann Paolo Giulierini, di Rosario Nasti educatore del Cdr “Officina 25” dell’ Asl Na 1 Uocsm 25-26 e della direttrice del Csv di Napoli Giovanna De Rosa; a moderare questa condivisione di esperienze e metodi è stata Elena Primicile, coordinatrice della Linea del cuore. Durante l’evento la sala conferenze ha fatto da sfondo alla performance di Enzo Cuomo e Giorgio Caianiello della Struttura Residenziale Intermedia “La Bailadera” e, infine, il convegno si è chiuso con una narrazione per immagini di momenti collettivi laboratoriali e non, grazie alla mostra fotografica “Nella linea, essere comunità”.
L’obiettivo del progetto Linea del cuore è portare la bellezza in quegli spazi istituzionalizzati per contenere la sofferenza: spazi di separazione definiti sulla differenza tra ciò che viene considerata anormalità, da tenere nascosta e da “riabilitare” e normalità, da celebrare e conseguire. Si tenta di ribaltare dall’interno i luoghi della “follia” risignificandoli come luoghi di riappropiazione del proprio Sé attraverso la capacità artistica e immaginifica di ciascun individuo. Laboratori artistici, workshop di teatro, musica e arti visive si trasformano in strumenti attraverso cui “utenti” e “non utenti”, “agio” e “disagio” interrompono il processo di spersonalizzazione prodotto dagli spazi di riabilitazione per avviare un processo di soggettivizzazione dell’individuo che riesce a parlare della propria sofferenza attraverso la libertà del proprio pensiero e non attraverso una diagnosi.

Testo e foto © Emanuela Rescigno