L’inferno della Libia raccontato dalle voci dei migranti-schiavi L’INTERVISTA

Le Voci dei Migranti

In occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, Comunicare il Sociale ritorna a parlare della situazione libica con il filmaker Michelangelo Severgnini che da oltre un anno grazie ai social e ai suoi viaggi nel sud della Tunisia è in contatto diretto con i migranti, prigionieri nel Paese. Dal suo ultimo radio documentario “Exodus-Fuga dalla Libia”, è nato su Radio Radicale il programma “Voci dalla Libia”, condotto da Andrea Billau, che raccoglie le testimonianze di uomini e donne torturati e le loro proposte per uscire dall’inferno.

Nell’ultimo anno è stato più volte nel sud della Tunisia, ai confini con la Libia, territorio di passaggio per chi fugge dalle torture. Ci racconta cosa ha visto e sentito dai migranti incontrati sul confine e da quelli con cui da oltre un anno è quotidianamente in contatto grazie ai social?

Quando sono andato nel sud della Tunisia, raggiungendo un ragazzo con cui ero in contatto e che aveva oltrepassato il confine della Libia, mi sono reso conto che il fenomeno era di ampie dimensioni e ho immaginato un esodo massiccio di migranti. Nell’ultimo anno quasi 2mila persone hanno raggiunto la Tunisia, ma la comunità internazionale non è stata in grado di organizzare un’accoglienza in questo paese che offra prospettive di ricollocamento. Ciò sul lungo periodo scoraggia dal varcare il confine e determina nei migranti il paradossale convincimento che sia più facile essere assistito in Libia che in Tunisia.

Qual è la speranza che queste persone ripongono nell’Europa, nelle Organizzazioni Non Governative e nell’Alto Commissariato?

La speranza è enorme, ma è perlopiù mal riposta e alimentata da chi ha interesse a esporre a pericoli queste persone vulnerabili per poi ridurle in schiavitù o sottoporle a tortura a scopo di estorsione. La Libia, soprattutto la Tripolitania, è una zona franca: chiunque disponga di un’arma – cittadini libici comuni, criminali internazionali, reti di trafficanti, polizia corrotta – può minacciare fino alla morte un migrante senza rischiare alcuna pena. Così è nata la schiavitù.
In Libia i migranti non transitano, ma verosimilmente ci restano perché vengono intrappolati. Su 700mila presenti (dati Unhcr) solo 5mila sono arrivati in Italia nell’ultima anno, 1 su 140. Sono gli stessi libici, molto zelanti nel lavoro di salvataggio, a non voler far uscire i migranti dai confini perché ripresi in mare e ricondotti a terra vengono venduti o sottoposti a tortura a scopo di estorsione.

Quindi chi parte in cerca di una vita migliore o perché fugge dalla guerra viene inevitabilmente bloccato in Libia?

Le istituzioni europee, ma anche la narrazione fiabesca del “refugee welcome”, hanno incentivato centinaia di migliaia di giovani a lasciare il proprio paese con l’idea di trovare una vita comoda in Europa. I numeri, oltre ai migranti che dalla Libia parlano a Exodus, sono chiari: 139 su 140 non vedono e forse non vedranno mai l’Europa e rimarranno schiavi dei libici, se le cose non cambiano. Per questo moltissimi di loro, che ignoravano l’inferno della Libia, adesso stanno chiedendo di tornare a casa. L’OIM ha rimpatriato oltre 35mila migranti nell’ultimo anno, ragazze e ragazzi raggirati da reti criminali che hanno trovato la salvezza tornando a casa, dove non c’è la guerra, con voli gratuiti dalla Libia. Ma non per tutti è così: ci sono nel paese, secondo l’Unhcr, circa 55mila richiedenti asilo, persone cioè che invece scappano dalla guerra e che andrebbero evacuate con voli aerei verso l’Europa o Paesi dove possano trovare protezione internazionale. L’Unhcr, così come tutte le altre organizzazioni presenti in Libia, il cui sforzo è insufficiente, hanno accesso limitato ai centri di detenzione e al territorio.

I migranti, come ha ben messo in evidenza da tempo, nonostante vivano in condizioni di detenzione o semidetenzione, hanno modo di essere informati su ciò che accade intorno a loro. È in base a queste informazioni che affrontano il mare? E poi cosa succede?

Nell’ultima puntata di “Exodus – fuga dalla Libia”, abbiamo pubblicato l’audio-racconto di una ragazza africana in Libia che ha spiegato nei minimi dettagli come i migranti, quasi tutti in rete grazie a telefonini malridotti, riescano a tenersi informati su ciò che avviene in mare e seguano il dibattito europeo sulla migrazione. Le dinamiche tuttavia sono complesse: quando una Ong decide di tornare in mare e lo annuncia alla stampa, i migranti lo vengono a sapere via internet. Ciò li spinge a tentare la traversata e dunque a rivolgersi ai trafficanti libici, ma poi il giorno esatto della partenza è deciso dai libici in base a molti fattori. Questo fa sì che presenza di navi di salvataggio e partenze dei gommoni spesso non combacino. I gommoni sgonfi su cui sono imbarcati, coprono a mala pena 1/5 della distanza tra coste libiche e italiane, prima di andare a fondo.
In poche parole, i migranti vengono ingannati già nel loro paese facendogli credere che l’Europa con le sue navi – che invece sono private e cioè quelle delle Ong – li aspettano in mare per condurli verso una vita migliore. Se avessero saputo cosa li aspettava davvero, moltissimi non sarebbero mai partiti. Qualcuno chiama questo fenomeno “pull-factor” (fattore di attrazione), altri negano che esista.

Veniamo al tema porti aperti. La posizione di Exodus è chiara: i porti chiusi sono un “falso” problema. La questione cruciale è l’evacuazione dei torturati dalla Libia.

Quando il decreto sicurezza bis è stato approvato, tra le varie disposizioni irricevibili si segnalava l’inasprimento delle norme che limitano l’attività delle Ong in mare. Pur astenendosi da ogni considerazione nel merito, la battaglia che si è voluta campale riguarda, come detto, un migrante su 140 tra quelli che sono in Libia. La risposta storica che siamo tenuti a raccogliere va pertanto molto al di là dei salvataggi in mare. Il campo di battaglia inoltre non sta lì. Vanno trovate alternative urgenti, praticabili e ragionevoli. Vanno date disposizioni ai migranti su cosa fare per mettersi in salvo, contattandoli direttamente via internet. Loro stessi vanno coinvolti nella ricerca di una soluzione.

Altro argomento molto dibattuto: la sicurezza dei “porti” tunisini. Exodus ha constatato che il paese dei gelsomini è un “porto” sicuro. Perché si afferma il contrario.

La Tunisia è un paese sicuro. Lo confermano tutti i migranti con cui abbiamo parlato e lo abbiamo visto con i nostri occhi. Il governo tunisino non ha recepito lo statuto sul diritto d’asilo perché può essere solo paese di transito, ossia una soluzione temporanea, e su questo non ha mai posto veti. Al contrario, si è più volte appellato (invano) alla comunità internazionale per essere aiutato a svolgere il suo compito. Nessuno dei migranti in fuga dalla Libia è stato respinto, anzi, sono stati tutti accolti dalle unità di frontiera e affidati alle associazioni locali, ma purtroppo la Tunisia è stata volutamente resa un cul de sac, pertanto i migranti sono scoraggiati dal raggiungerla, temendo tempi biblici prima di un ricollocamento.

Da quando è in contatto diretto con i migranti in Libia ha provato e prova tutt’oggi a diffondere le informazioni che da essi riceve, ma i media appaiono disinteressati. Che spiegazione si è dato a riguardo?

Disinteressati non è la parola giusta, sono interessatissimi. Ci sono migliaia di lettori e ascoltatori del nostro lavoro che tuttavia non vogliono o non possono pubblicare quanto da tempo denunciamo. Per uscire dal disastro libico servono menti libere, lingue coraggiose e coscienze non a libro paga. In altri Paesi, tra cui Germania, Russia e Sud Africa, Exodus è pubblicato regolarmente su settimanali, quotidiani e trasmissioni radiofoniche.

di Ornella Esposito