Il carcere dimenticato. In Campania dati allarmanti, il garante: «Ci vogliono più psicologi»

In Campania l’anno scorso sono stati 11 i suicidi nelle carceri, quest’anno da gennaio a luglio ne sono stati già cinque. L’ultimo è avvenuto nel carcere di Secondigliano qualche giorno fa. Una situazione di estrema importanza che non può essere ignorata e sulla quale non ci si può non porre degli interrogativi. Esiste un protocollo di prevenzione del rischio suicidario, ma per mancanza di personale e per un basso numero di ore che si svolge effettivamente con i detenuti, questo protocollo viene davvero applicato come dovrebbe? «Quando si tratta di suicidi i picchi più alti sono in ingresso e in uscita dal carcere», spiega Daniela de Robert, membro del collegio del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, la cui relazione annuale dovrebbe a breve essere resa pubblica. L’allarme che viene lanciato è chiaro. «Il welfare in Italia non esiste più, più ci si sente soli più si viene emarginati. Il carcere è fuori dalle agende della politica, all’apertura dell’anno giudiziario il carcere non è stato neanche nominato. Sono necessarie piccole cose quotidiane che però per chi è in carcere rappresentano tantissimo. Attività, psicologi e psichiatri, visite e telefonate ai familiari ad esempio. In alcuni casi c’è un solo telefono, dieci minuti di telefonata a rotazione tra i detenuti, ma così finisce che non tutti riescono a sentire i propri familiari. Perché non utilizzare sistemi di videochiamata che sono invece autorizzati per la media sicurezza? A Novara lo si fa, nel carcere femminile di Venezia c’era una mamma che poteva fare i compiti a telefono con la figlia via Skype. La Campania è un territorio difficile da gestire, ma ci vorrebbe più attenzione, più personale e soprattutto ben distribuito».

CIAMBRIELLO – Il Garante in Campania per le persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello, ha fatto visita ai detenuti dei reparti Ionio e Ligure del carcere di Secondigliano: «Siamo dispiaciuti, era un uomo semplice, introverso», così alcuni detenuti hanno ricordato il loro compagno che si è suicidato quattro giorni fa. Samuele Ciambriello pone l’attenzione sulla carenza di personale come psicologi e psichiatri che sono troppo pochi e hanno troppo poco tempo a disposizione: «In alcuni reparti i detenuti anche per quattro mesi non vedono psicologi. Facendo una stima numeri alla mano, i detenuti in Campania hanno a disposizione 10 minuti al mese per parlare con loro. Bisogna aumentarne il numero e aumentare le ore. Le attività che vengono svolte inoltre sono poche. A Secondigliano fino alle 13:30 le celle sono aperte, dopo fino alle 17:30 ci sono delle aree di socialità dove possono stare. Questa però è un’eccezione. A Poggioreale dopo le ore 16 qualunque attività è ferma, il carcere è come fosse congelato. Tutte le notizie ad esempio vengono date nel pomeriggio quando i detenuti non possono parlare con nessuno. Tutte le attività sono ferme. Inoltre a Secondigliano in alcuni reparti non ci sono neanche le docce in cella, ci sono docce collettive peraltro arrugginite». Ciambriello sottolinea infine quanto sarebbero importanti le pene alternative per chi deve scontare ad esempio fino a due anni di carcere: «Si potrebbero destinare queste persone ai lavori socialmente utili invece di sovraffollare le carceri. Ricordo sempre che l’anagramma di carcere è cercare. Cerchiamo di dare a queste persone una giustizia riparativa, un presente dignitoso in carcere, ed un futuro quando hanno finito di scontare la pena».

di Roberta De Maddi