Mercalli:«Il pianeta è in pericolo. Le leggi fisiche non aspettano i nostri indugi»

NAPOLI- Emissioni di anidride carbonica in crescita, oceani soffocati dalla plastica, estati sempre più torride alternate a fenomeni meteorologici estremi. Possiamo ancora salvare il Pianeta, il ‘bene comune’ più importante? Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli, climatologo, presidente della Società Meteorologica Italiana e volto noto del piccolo schermo, che da oltre vent’anni porta avanti una instancabile opera di sensibilizzazione sulle conseguenze del riscaldamento globale. Il suo nuovo libro, “Non c’è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali” (Einaudi), è un compendio di riflessioni sul tema, con suggerimenti per risparmiare energia ed evitare di sprecare le risorse naturali ormai scarse, mettendo a rischio il nostro stesso futuro. E con un titolo eloquente: «Ogni giorno di mancata azione ci allontana dalla possibilità di ottenere un risultato, perché le leggi fisiche non aspettano i nostri indugi».

Prof. Mercalli, è tardi per correre ai ripari?

 «È tardi per curare completamente la malattia. La scienza ha individuato il pericolo quarant’anni fa: non abbiamo voluto crederci. Nel libro, grazie all’esperienza di Primo Levi, faccio un parallelismo, scrivendo che, come sempre, quando veniamo avvertiti di grandi problemi all’orizzonte, invece di affrontarli mettiamo la testa sotto la sabbia. La temperatura è condannata a salire di almeno due gradi entro la fine del secolo, il mare di mezzo metro, e ciò accadrà pure se smettiamo di inquinare adesso. Se ci diamo da fare eviteremo di avere cinque gradi e un metro e mezzo di mare in più».

Di chi sono, a suo avviso, le maggiori responsabilità della situazione odierna?

 «Sono molto spalmate: ricadono sui leader dei governi che hanno fatto troppo poco, ma anche sui cittadini distratti, che non hanno mai chiesto provvedimenti seri alla politica. Gli interessi economici hanno assecondato tutto questo, basti pensare al negazionismo americano finanziato dalle compagnie petrolifere. Si tratta di colpe condivise che vanno dagli individui fino agli Stati e alla grande industria. E, aggiungo, al mondo dell’informazione, che ha sempre sottovalutato la questione ambientale».

Cosa si sta facendo, a livello internazionale, per cambiare rotta?

«Nel 2015 è stato firmato l’Accordo di Parigi: quasi nessuno, tuttavia, sa cos’è, e i risultati sono lentissimi. Nel mese di dicembre, poi, si tiene la 24esima Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima, in Polonia, eppure non c’è una tensione tale che fa sì che milioni di persone abbiano gli occhi puntati sul congresso, da cui dipende la loro qualità di vita del futuro. C’è bisogno di azioni concrete nella nostra esistenza quotidiana. Adesso si sta girando attorno ai temi del risparmio energetico nelle case, delle auto elettriche, ma è tutta la nostra economia basata sui consumi ad essere in conflitto con i cambiamenti climatici. L’ex ministro francese dell’Ecologia, Nicolas Hulot, un grande ambientalista, si è dimesso proprio per tale motivo: ha accusato il governo Macron di concedergli soltanto piccoli passi, mentre la situazione è così grave che richiede scelte grandi e incisive».

Nel nostro Paese, si legge nel volume, spariscono sotto cemento e asfalto 2 metri quadrati di suolo al secondo. «Dovremmo approvare la legge sul consumo di suolo che giace in Parlamento dal 2012, invece parliamo di condoni. In Italia confondiamo il progresso con il cemento, siamo convinti che lo sviluppo passi solo dalla betoniera».

Noi cittadini, come possiamo limitare il nostro impatto sul Pianeta? «Adottando innanzitutto comportamenti coerenti. Molti, per esempio, credono di fare una vita sostenibile perché chiudono il rubinetto mentre si lavano i denti, poi però vanno a New York durante il weekend. I viaggi aerei intercontinentali generano emissioni altissime, personalmente io non volo più, se non per motivi davvero indispensabili. Persino la raccolta differenziata costa ancora fatica. Con le nostre scelte dovremmo essere attenti e vigili ogni giorno; sono pochi i Paesi nel mondo dove ciò avviene, come la Scandinavia e, in misura minore, la Germania e la Svizzera».

di Paola Ciaramella