“Nasse”: il viaggio di chi affronta il dolore della perdita

NAPOLI- Dal mare e dai suoi molteplici volti di padre, maestro, campo di battaglia e itinerario verso lande sconosciute è nata “Nasse” (Interno Poesia Editore), l’opera prima di Annarita Rendina. “Nasse” è il viaggio che affronta il dolore della perdita, lo strappo dovuto alla morte di un padre in seguito a una lunga malattia e che viene ricordato, dall’autrice, nel suo «volto di madreperla / dal fondo». Giù, nel sottosuolo delle acque marine, è possibile cercarsi e persino riflettersi come si legge in Esche o specchi, prima suite della raccolta, e approdare ai «miei naufragi più riusciti» servendosi di una lingua robusta, partenopea, disposta alla sopravvivenza. Di questa ossimorica immagine di salvezza e morte è il sogno della voce paterna che torna a farsi parola, perché «niente ha mai saputo tanto d’amore». Il cuore della giovane bambina che fu tra le braccia di un affetto ormai scomparso è descritto come «rosa e nudo», tanto che «mi ricordava la pancia di una cagna». Tenera voce dal baricentro inclinato, la Rendina procede a tentoni ma non senza ragione, e il suo passo «per quanto claudicante o incerto / è studiato». Così, nel felice ricordo di un primo e ultimo viaggio insieme, a Cuba, l’assenza paterna è rimasta incastonata nel miraggio di quelle «spiagge senza tempo» mentre «il ritorno fu ben altra cosa / non raggiunsi terra che dopo mesi». L’impatto con la realtà ha metaforicamente preteso il lungo attraversamento della sofferenza, quella necessaria alla ripresa che pure sopraggiunge, prima o poi, sebbene nella vita ci si continui a muovere «con la grazia di un carrozzone». Sullo sfondo, «con un rumore di strage», ancora il mare: la condizione di sfacelo dell’io poetante che si guarda intorno per divenire universale, per serbare memoria dei naufragati che del mediterraneo hanno fatto «un tappeto di schiene riverse e braccia molli». È la verità di un’esigenza, quella di “Nasse”, il bisogno di spogliarsi degli ammassi fluttuanti che ancora gravano in seno e sperare, oggi o domani, che «mmiez a tutt’ / sti sargass’ / pure ‘a trov’ nu poco ‘e ciorta».

di Francesca Coppola

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