“Nessuno può volare”, ma l’arcobaleno splende per tutti

NAPOLI- Stava per essere pubblicato il suo ultimo romanzo “La Mennulara” quando Simonetta Agnello Hornby viene a sapere della malattia di suo figlio George: sclerosi multipla primaria e progressiva, quella che colpisce un malato di sclerosi su seimila. Cittadina italiana e britannica, la Hornby vive a Londra dal 1972, ed è qui che suo figlio è cresciuto e ha poi fatto famiglia con la nascita della sua prima bambina, quella che – ha raccontato la Hornby – George non riusciva a tenere in braccio. In seguito, sei mesi di visite mediche e infine la tragica diagnosi della sclerosi che ne sconvolge completamente l’esistenza, e a cui nemmeno la nascita di un secondo erede risparmia la crisi coniugale. Rimasto solo, George, grazie anche all’aiuto di mamma Simonetta, trova insieme a quest’ultima un modo nuovo per affrontare la malattia: la scrittura di “Nessuno può volare” (Feltrinelli, 2017), un libro a quattro mani che la Hornby mette nero su bianco con la collaborazione di suo figlio e in cui ambo le voci si alternano come in un controcanto ironico degno del migliore entrelacement ariostesco. Nelle sue pagine si raccontano gli ostacoli di chi si muove in carrozzella e si denuncia, al tempo stesso, la mancanza di attenzione nei confronti dei disabili che vanta, purtroppo, radici lontane. Attraverso un excursus che comincia con i Greci di Sparta passando per il Rinascimento e che giunge sino ai giorni nostri, l’autrice e George ricostruiscono una stato dell’arte della disabilità, soffermandosi sulla cattiva evoluzione che, secolo dopo secolo, l’ha caratterizzata. Vengono, inoltre, messi in evidenza inconvenienti tristemente noti come quello dei servizi igienici poco attrezzati, delle scarse tutele, ma anche la “diversità” che non deve dividere bensì favorire l’accettazione. «Come – scrive la Hornby – accanto ai colori dell’arcobaleno, lo spettro cromatico della luce ha altri colori invisibili a occhio nudo, così io vorrei che questo libro potesse aiutare i lettori a vedere lo spettro diverso in cui la nostra società si compone».

di Francesca Coppola

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