Viaggio nella sartoria sociale Newhope, dove si tessono trame di speranza

«Non c’è scarto che non possa fiorire». È quanto si legge su un fiore, creato da semplici avanzi di stoffa, che accompagna i prodotti cuciti e confezionati nella sartoria etnica gestita dalla cooperativa Newhope. Il laboratorio nasce ufficialmente a Caserta nel 2004, su proposta di Giuliana Martirani, docente universitaria di geopolitica che all’epoca dirigeva l’Archivio Pace e Diritti Umani della regione Campania. Era il 2003 quando la dottoressa Martirani chiese alle suore orsoline della struttura d’accoglienza Casa Rut, 1000 borse per un convegno. «Abbiamo accolto e vinto quella sfida e abbiamo deciso di proseguire. Noi ora traffichiamo speranza» spiega Suor Rita, responsabile del progetto. “Tessitrici di nuove speranze” c’è scritto infatti in quella sartoria le cui stoffe provengono dai paesi africani, in particolare il Senegal, e dove oggi sono sei le persone contrattualizzate, otto le macchine per cucire e quasi una decina le collaboratrici e volontarie. Sono prevalentemente italiane ucraine, nigeriane, rumene. L’impiego è per almeno sei mesi, il periodo di tempo in cui soggiornano negli alloggi della comunità Rut. Al mattino imparano i segreti del mestiere, nel pomeriggio, invece, studiano italiano. Finito il percorso di formazione-lavoro sono libere di scegliere se andare via o restare in quella realtà. Tra le nigeriane c’è Josephine. Ha 35 anni, è in Italia da oltre 10 anni ed è madre di due bambini. Non vuole parlare della sua storia ma solo di questo posto che le dà vita, allegria, fiducia in un futuro positivo. Un luogo che attraverso i colori di quelle stoffe la riporta a casa, facendola sentire meno sola, facendole immaginare i volti dei suoi genitori, quella terra rossa, gli odori penetranti e gli abbracci avvolgenti di chi è lontano. Oltre alla sartoria c’è un omonimo punto vendita a pochi chilometri di distanza. A gestirlo è Elisabeth, una nigeriana in Italia da 13 anni. Sua figlia è nata qui ma subisce ancora discriminazioni. Elisabeth non ha alcun problema a raccontare il suo passato, la tristezza di chi è costretto a vendere un corpo per pagare dei debiti. Poi, però, il sorriso torna pensando alla sua attuale professione. Adesso è una donna libera che conosce la distinzione tra lavoro e beneficenza, tra solidarietà e carità. Ora sa dire di no allo sfruttamento e sostenere l’unica tratta possibile: la trattativa sociale. «Io sono una persona fortunata perché, nonostante tutto, sono qui e cammino sulle mie gambe» dice Elisabeth. Sono state queste le ultime parole prima di abbassare la saracinesca. Oggi ciò che desidera è cancellare il passato e garantire a sua figlia una futuro sereno.

di Francesca Saveria Cimmino

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