«Io sono come le altre». Racconti e storie di donne non vedenti

NAPOLI- «Dalla notte del 12 ottobre 2007, la mia vita non sarebbe stata più la stessa.Ero in viaggio verso Roma, un viaggio che mi avrebbe riportata a casa cieca». Così comincia a parlare di sé Gilda Sportelli, una non vedente napoletana. Qual è la cosa più complicata quando ci si deve confrontare con una condizione nuova ed avvilente, Gilda lo spiega in un modo che non dà adito ad interpretazioni:«la cosa più complicata da imparare in questa nuova condizione, è la ristrutturazione della personalità. Il rischio è quello di ripensare alla propria vita come due capitoli separati, con due diversi protagonisti». La storia di Gilda, così come quella di , Lucia, Matilde e Maria, sono state al centro di “Donna come le altre”,  un seminario che l’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti sezione provinciale di Napoli, ha tenuto all’università Parthenope di Napoli.

«Sono stata operata non so quante volte nella mia vita a causa della mia malattia», racconta Lucia Esposito, un’altra giovane donna cieca. «Prima di scendere all’ultimo blocco operatorio, l’immagine che ricordo, è il volto di mio marito. Era l’ultima volta che lo avrei visto in faccia. Poi il buio. Sono rimasta bendata per un tempo infinito. Toccavo i miei libri, i miei disegni, i miei fogli, le mie passioni e provavo rabbia perché al tatto non avevano più senso». Aveva solo venti anni Lucia, quando, con grande tenacia e voglia di vivere, ha preso per petto la vita, a dispetto del buio che l’avvolgeva. «A un certo punto iniziai a riconoscere i medici dall’odore del dopobarba che indossavano, dal rumore dei passi nel corridoio, dal modo di bussare alla mia porta. Ho sempre pensato che se sei in autostrada con le macchine che ti sfrecciano da tutte le parti, non ti puoi fermare: devi correre e quindi mi sono messa a correre e da allora non mi sono ancora fermata.Ho imparato ad essere cieca». L’entusiasmo di Lucia è coinvolgente, la cecità non ha soffocato il suo essere donna, madre, moglie, persona: «non puoi essere cieca se nella testa hai ancora il desiderio di vedere, non puoi essere cieca solo con gli occhi. Allora ho preso la mia disabilità e l’ho fatta vedere a tutti. Non ho più bisogno di aprire il barattolo del caffè per sapere cos’è, lo sento che è caffè perché il caffè è più leggero dello zucchero, ha un fruscio diverso.Riconosco le cotture dalle consistenze al solo contatto del cucchiaio, sfioro la pasta con la forchetta e so che è cotta senza neanche bisogno di assaggiarla, sento che il sugo è pronto perché cambia la densità del vapore che produce quando scosto il coperchio di cottura. Ho imparato a truccarmi, ad avere cura del mio aspetto anche se non posso vedermi, perché voglio donarlo agli altri, a chi mi sta vicino. Vorrei proporre ai produttori di cosmetici, di scrivere, accanto agli astucci, in braille il colore del rossetto e degli ombretti, non voglio sbagliare tinta voglio che il mio trucco sia senza errori né sbavature anche se non riesco a vederlo».

«Io ho sempre convissuto con una miopia maligna e le ombre mi hanno fatto sempre compagnia» racconta,  invece, Matilde Lauria.«Ho iniziato a camminare da sola con il bastone. Ricordo un episodio tremendo, insopportabile che mi ha restituito in un attimo tutto il senso della mia disabilità che stavo forse ancora provando a ricacciare indietro. Avevo il mio piccolo bambino soltanto di pochi mesi ed era una calda giornata di primavera. Ero stufa di stare in casa e ho pensato che un po’ di aria fresca avrebbe giovato anche a lui. Allora l’ho infilato nel marsupio, ho preso il bastone e sono uscita di casa. Ad un tratto qualcuno mi si para innanzi, mi blocca e con fare brusco e minaccioso mi chiede di imperio i documenti. Mi frugo, li cerco ma poi realizzo che nella fretta sono uscita di casa senza neanche la borsa. Nello spazio di qualche attimo realizzo che si tratta di polizia che allarmata dal mio essere non vedente, mi chiede come possa io avere un bambino nel marsupio, mi dicono che il mio comportamento è gravemente irresponsabile e che mi avrebbero potuta denunciare. Ho paura, quasi mi metto a piangere, provo a rassicurarli dicendo che so quel che faccio, che mi oriento perfettamente ma loro non mi mollano, mi prendono sotto braccio e mi obbligano a seguirli, mi chiedono dove abito e mi accompagnano a casa per procedere all’identificazione. Il cuore mi va per aria non so come andrà a finire mi stringo ancora di più al mio piccolino. Ho paura che me lo sottraggano, ma mi sono sempre rialzata, come quando ho imparato a cadere sul tatami». Lucia da quella storia ha trovato la forza di combattere e aoggi la cieca Matilde Lauria è campionessa italiana di judo.

«Nel 2005, dopo molto tempo, ci arriva -come una sentenza inappellabile – il parere negativo: non potevamo adottare un bambino in quanto la futura madre non è vedente». Questa è l’assurda vicenda che ha segnato la vita, invece, di Maria Sicignano, donna salernitana, totalmente cieca dall’età di undici anni. «Una frase garbata che nascondeva un contenuto orrendo, un insopportabile boccone da mandare giù. Mio marito ed io decidemmo di non arrenderci a questa discriminazione e presentammo una seconda istanza e dopo una interminabile battaglia, riuscimmo ad avere il tanto agognato parere favorevole. A quel punto, inoltrammo istanza di adozione a tutti i Tribunali per i Minorenni d’Italia. Il 7 maggio del 2011 fummo chiamati dal Tribunale dell’Aquila. Era disponibile per noi una neonata con la sindrome di down. Accogliemmo questa possibilità. Saremmo diventati genitori di una bimba meno fortunata, che, proprio per questo, aveva ancora più bisogno di noi. Anche questa volta, però, qualcuno ci disse che il Tribunale aveva, stranamente, cambiato idea: la bimba non poteva essere adottata da noi, per la solita, odiosa ragione, la cecità dell’aspirante genitrice». Racconti e storie forti, che fotografano la realtà difficile che le persone con disabilità visiva sono costrette a vivere. L’evento organizzato dall’Uici Napoli,  è il risultato di un laboratorio di ricerca svolto con metodo narratologico a sfondo autobiografico realizzato dalla cattedra di “Pedagogia della relazione” dell’università Parthenope, allo scopo di far riappropriare queste donne del senso più profondo del loro doloroso vissuto, drammatico eppure così pregno di senso di vita. Perché parlarne e raccontare è sempre meglio.

di Gianluca Fava

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