Guglielmo e gli "amici africani": «aiutare significa ascoltare e capire»

6NAPOLI– «L’indifferenza è l’ottavo vizio capitale», la pensa come Don Gallo il signor Guglielmo Di Lorenzo che la mattina si sveglia presto per aiutare quelli che ama definire i suoi “amici africani”. Circa novanta immigrati che vivono tra la periferia di Napoli e Caserta, tra Giugliano e Aversa, in garage e sottoscala angusti. Per loro Guglielmo, classe 1940, quotidianamente, raccoglie, presso alcuni ristoranti locali, il cibo invenduto che altrimenti andrebbe buttato. Inoltre procura e distribuisce: vestiti, scarpe, coperte, mobili e medicinali. Negli anni questo settantaquattrenne, che ha conservato lo spirito di un ragazzino, è riuscito a creare una vera e propria rete della solidarietà. Del resto basta parlare pochi minuti con lui per capire che quello che fa non si può definire semplice volontariato. La sua è una vera e propria missione, iniziata circa quindici anni fa.

«Aiutare le persone – spiega – non è semplicemente offrirgli una monetina, un panino o una coperta, ogni tanto, ma è fermarsi ad ascoltarli, capire le loro storie, i loro vissuti». Di storie il signor Guglielmo, che ha iniziato con l’aiutare i clochard, ne ha sentite tante, come quelle del dottor Victor e dell’ingegnere Solomon, originari del Ghana, erano arrivati in Italia nella speranza di una vita migliore. Poi si erano scontrati con la dura realtà. «Entrambi – racconta Guglielmo – nonostante la loro formazione, scaricavano mobili per un negozio della zona. Victor, aveva 46 anni, una moglie e 4 figli in Africa. Per lui ho imparato a fare le siringhe di antidolorifico, varie volte è rimasto piegato con la schiena. Poi c’era Solomon era giovane e prestante, anche lui, però, veniva sfruttato per pochi spiccioli. Ho convinto ed aiutato economicamente entrambi – aggiunge – a tornare nel loro paese. Ora sono rinati. Solomon, ogni tanto,  mi chiama ancora mi ha detto che ha trovato lavoro e si è sposato».

Non tutte le storie, però, hanno avuto un lieto fine e quella che particolarmente ha segnato il signor Di Lorenzo è quella di Ernest. «Era un bellissimo ragazzo ghanese di 26 anni – racconta – una mattina si lamentava per i forti dolori alla pancia. La trafila è stata lunga tra accertamenti e visite dal mio medico. Poi è arrivata la diagnosi: tumore al fegato». Il decorso della malattia è stato rapido, inutile la raccolta fondi fatta dall’uomo che avrebbe voluto far rientrare il giovane in patria per consentirgli di vivere gli ultimi istanti della propria vita tra i suoi cari. «Ernest è morto nel 2006 – sottolinea – mi ha lasciato un grande senso di inquietudine ed impotenza». Sentimenti superati, in parte, quando al signor Di Lorenzo è arrivata la lettera di ringraziamento della sorella del ragazzo a cui aveva spedito i soldi raccolti. Piccole gioie dalle quali Guglielmo ha trovato motivazioni per proseguire la sua missione. Missione che non ha alcuna intenzione di abbandonare. «Che uomo sarei stato – dice – se avessi dedicato la mia vita solo a mia moglie, i miei figli ed i miei nipoti. Se non avessi teso la mano a qualcuno che aveva più bisogno di me? Credo – conclude – che non sarei stato degno della mia stessa vita».

di Emiliana Avellino

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