La battaglia di Estela Carlotto, l’intervista

Le “Abuelas de Plaza de Mayo”  oggi sono conosciute in tutto il mondo. Ma tutto ciò vi è costato lacrime  e fatica. I vostri primi incontri erano segreti, “mascherati”. Appuntamenti nei bar, false feste di compleanno, indizi e frasi spezzate. Farvi scoprire equivaleva a farsi uccidere.  Oggi, siete cresciute. Come?
E’ stato un lavoro costruito passo dopo passo. La ricerca, l’individuazione e la restituzione dell’identità dei 107 ragazzi, ad oggi ritrovati, è stato un cammino arduo. Ci siamo nascoste, spaventate. Man mano ci siamo sentite in dovere di chiedere anche aiuto. Abbiamo bussato alle porte di amici, professionisti e scienziati. E con il tempo, la nostra organizzazione si è data una forma di lavoro multidisciplinare. Lavoriamo oggi su quattro fronti: reclami e proposte agli organismi governamentali nazionali e internazionali; denunce e ricorsi di fronte alla Giustizia; azioni destinate a coinvolgere la società; ricerche personali. Da anni contiamo su un team composto da giuristi, psicologi, studiosi di genetica, infatti è stata creata una Banca Dati, in cui figurano le mappe genetiche di tutte le famiglie che hanno bambini desaparecidos. L’unico nostro scopo è  trovare ancora 400 persone che vivono sotto falsa identità.
Lei è stata un personaggio scomodo. Ha mai ricevuto minacce?
Ne sono sempre stata vittima. Da anni, oramai, vivo con la protezione della polizia. Le intimidazioni, sono state molte. Come quando trovai il muro della mia abitazione a La Plata, trivellato da colpi di pistola. Ma non sono mai riusciti a fermarmi e a questo punto, dopo tanti anni non ci riusciranno. 
Avete lottato intensamente e disperatamente contro una dittatura spregiudicata. Il vostro grido, però,  ha rotto silenzi compiacenti .  Sia in Argentina che in Italia ci sono stati processi contro chi si è macchiato  di quest’orrendo crimine. Videla, è stato condannato a 50 anni di carcere e Reynaldo Bignone a 15 . Due generali argentini Guillermo Suarez Mason e Santiago Omar Riveros, hanno avuto l’ergastolo e altri cinque militari ,24 anni di reclusione. A che punto siete?
In questo momento, Nonne di Plaza de Mayo  è querelante in tre giudizi che sono in corso: due  per appropriazione e sostituzione di identità, ed un altro per le donne che hanno partorito presso la Scuola Superiore ESMA.
Si può parlare di “ giustizia fatta” ?
Sì, un po’ di giustizia sta arrivando, non senza aver superato mille difficoltà e sofferenze. La furia e lo sdegno nel vedere gli assassini dei nostri figli e gli appropriatori dei nostri nipoti, liberi di poter camminare impuniti per le strade, ci ha dato la forza di non mollare. Dal 2003 ad oggi, a partire dall’annullamento della legge sull’impunità e dall’impulso dato sui diritti umani, in primis dal governo Néstor Kirchner , e successivamente Cristina Fernández de Kirchner, la giustizia non è solamente un’ utopia. E  questa è una vittoria, non solo per i familiari delle vittime ma per la società intera.  

 

Nonne work in progress?
Le Nonne di Plaza de Mayo hanno sempre progetti in corso, è il modo per tenerci in vita . Ed è anche l’opportunità per far sapere ai nostri nipoti che li stiamo aspettando e che quando non ci saremo più noi – perché il tempo corre – ci saranno i loro fratelli, zii, nipoti, cugini. Per questo, continuiamo a realizzare campagne di informazione, opere teatrali, lavoriamo nel campo dell’istruzione per dare coscienza alle generazioni future e nel campo della giustizia, congiuntamente con altri organismi di diritti umani.
Agguerrite, testarde. Simbolo di verità e  diritti. Faccia un augurio alle donne

Il mio desiderio è che le donne – qualunque cosa facciano e di qualsiasi cosa si occupino – non siano cittadine di serie B in nessun posto del mondo. Quando con Nonne di Plaza de Mayo cominciammo la nostra ricerca, ci siamo rese conto che, insieme, fianco a fianco, eravamo più forti che mai, e niente  avrebbe potuto fermarci. Siamo scese in strada, abbiamo alzato la voce, abbiamo girato il mondo. Siamo considerate donne combattenti, e questo ci rende orgogliose, però non abbiamo fatto più di quanto sentivamo e dovevamo fare: cercare i figli dei nostri figli, i “niños” che ci avevano rubato e, ciò è proprio delle donne: ribellarsi contro le ingiustizie e le prepotenze. Non siamo persone diverse, siamo solo, madri, nonne che hanno però saputo trasformare e convertire un dolore  incessante in impegno.  Donne normali tra azione e lotta. Come dovrebbe essere. Ed è questo il mio augurio: che tutte possano uscire dalla gabbia dei dolori, reagire, farsi forza. Unendosi. 

di Carmela Cassese

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *