Gli industriali del gioco pronti ad autoregolarsi

MILANO — Le insegne in città si moltiplicano come funghi. In Lombardia ne viene accesa una in più ogni giorno. Per la Questura di Milano solo nel capoluogo ci sono 63 agenzie di scommesse e 113 sale slot (42 dedicate a giochi elettronici). Più altre dieci sale dedicate al Bingo.
Un videopoker ogni 82 milanesi. Basta entrare in un locale dove si gioca d’azzardo per capirne il fenomeno: trasversale a tutte le fasce d’età. C’è il ragazzo che gioca la paghetta sognando di vincere e acquistare così l’auto desiderata. C’è l’imprenditore in crisi che spera di trovare una soluzione ai suoi guai.
C’è chi lo fa per il brivido dell’azzardo. Tutti sono accomunati da due gesti: inseriscono monete nelle macchinette e poi pigiano con un rapido movimento del dito sperando che la dea bendata li baci. Purtroppo c’è anche chi non riesce a controllarsi e manda in fumo il patrimonio lasciando sul lastrico la famiglia. Sono i ludopatici, ovvero i giocatori d’azzardo seriali. In Italia sono almeno 800 mila, di cui 300 mila definiti «gravi». Due milioni sono invece i giocatori a rischio. Troppi. Per questo lo scorso dicembre, il ministero della Salute ha incluso questo tipo di dipendenza fra le patologie croniche. Adesso i giocatori compulsivi possono accedere ai Sert e ai centri diurni delle Asl. «I primi danneggiati dalla ludopatia siamo proprio noi imprenditori perché ci battiamo per il gioco responsabile — spiega Massimo Passamonti, presidente di Sistema Gioco Italia di Confindustria che riunisce più di 6 mila imprese del settore —. Per questo vogliamo trovare soluzioni condivise. Diamo onestamente lavoro a oltre 100 mila persone e siamo l’argine contro l’illegalità e la malavita. Perché in pochi ricordano che, prima della legalizzazione del 2004, buona parte del settore era “sommerso” e non si sapeva nulla delle malattie croniche da gioco».
La Società italiana d’intervento sulle patologie compulsive ha fotografato il giocatore ludopatico: maschio (72%), sposato o convivente (68%), lavoratore dipendente (51%), di età compresa tra i 30 e i 50 anni (32%), diplomato (69%). Le vittime sono maggiormente concentrate al Centro Italia (41%), seguito da Nord (33%) e Sud (26%). «Noi siamo disposti a creare un osservatorio nazionale che affronti il problema scientificamente. Creando un coordinamento fra Amministrazione autonoma monopoli di stato (Aams), istituzioni, associazioni, medici e anche le parrocchie che spesso sono il rifugio dei giocatori e delle loro famiglie. Senza dimenticare che per lo Stato questa patologia ha un costo alto». Una somma che potrebbe erodere gran parte delle tasse incassate dallo Stato: oltre 8 miliardi di euro nel 2011. «Purtroppo neanche un cent va ai Comuni — afferma Passamonti — che hanno avuto l’impatto sociale più gravoso dal proliferare del problema e per questo proponiamo anche che una percentuale del gettito tributario vada a un fondo nazionale che finanzi poi progetti locali contro la ludopatia».
Qualcuno propone di finanziarli inasprendo la tassazione sui giochi. «Impossibile — ammonisce —. La pressione fiscale è già tale che se fosse aumentata ancora renderemmo di nuovo conveniente il gioco illegale». Secondo le indagini delle procure italiane sono almeno 49 i clan che hanno fatto investimenti e provato a mettere le mani su alcuni dei 6.181 punti e agenzie autorizzate. «Occorre una pausa di riflessione da parte di tutti e dello Stato sui nuovi giochi e sull’offerta — conclude Passamonti. Noi ci siamo dotati di un codice di autoregolamentazione sulla promozione pubblicitaria dei prodotti da gioco, abbiamo siglato un protocollo di intesa con l’Associazione nazionale comuni d’Italia per gestire le ricadute sul territorio dell’offerta da gioco. Vorremmo anche un “piano regolatore” che possa rimodulare l’offerta e la distribuzione dei prodotti tenendo conto degli impatti sul tessuto sociale. Speriamo che il nuovo governo affronti la tematica al più presto».
Vista la dimensione del fenomeno della ludopatia è una delle poche scommesse che va vinta con il minimo azzardo.

Alessio Ribaudo per il Corriere della Sera (edizione dell’11 marzo 2013)

 

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