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Lo Stato incassa, le famiglie pagano: il paradosso dell’azzardo legale

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C’è una fila silenziosa che ogni giorno affolla tabaccherie e ricevitorie. È una fila che muove miliardi ed è la fila di chi tenta la fortuna per necessità più che per gioco, di chi cerca nella combinazione giusta una via d’uscita da stipendi insufficienti, debiti, precarietà. In quella fila si consuma uno dei paradossi più profondi del sistema pubblico italiano: il gioco d’azzardo legale è oggi la terza fonte di gettito fiscale per lo Stato, con miliardi di euro che ogni anno passano dalle tasche delle famiglie alle casse pubbliche.

È da qui che parte la riflessione lanciata dal Forum delle Associazioni Familiari della Campania insieme a Finetica Ets Antiracket e Antiusura, dopo l’entrata in vigore della riforma dei giochi numerici. Una riforma che introduce nuove regole su puntate, limiti e controlli, ma che – secondo le associazioni – non risponde alla domanda di fondo: può uno Stato costruire una parte rilevante del proprio bilancio sulle speranze, spesso disperate, delle fasce più fragili?

I numeri raccontano una potenza economica enorme, ma raramente raccontano le storie che ci sono dietro. Nei centri di ascolto, nelle case famiglia, nei servizi per nuclei in difficoltà emerge un quadro diverso: il gioco colpisce soprattutto chi ha meno strumenti economici e culturali e vede nella vincita una scorciatoia verso una stabilità che lavoro e risparmio non riescono più a garantire.

È qui che il gioco diventa, secondo le associazioni, una sorta di tassa nascosta e regressiva. Una tassa che pesa di più su chi ha meno e che genera un cortocircuito pubblico: lo Stato incassa dal gioco e poi spende per curare le dipendenze, sostenere le famiglie impoverite e ricostruire legami sociali spezzati dalla ludopatia.

Il problema, sottolineano le associazioni, non nasce oggi. È una traiettoria costruita nel tempo, attraversando governi e maggioranze diverse. Ed è proprio questa continuità a rendere il tema strutturale: ogni intervento che rende il gioco “più sicuro” o “più controllato” rischia di consolidarne la legittimazione, senza interrogarsi davvero sul modello complessivo.

La richiesta delle associazioni è un cambio di prospettiva profondo: disincentivare davvero il gioco attraverso la leva fiscale, vietare la pubblicità, vincolare per legge tutto il gettito a prevenzione e cura delle dipendenze, introdurre una vera educazione alla probabilità nelle scuole, investire su alternative concrete come educazione finanziaria, microcredito e inserimento lavorativo.

Non si tratta solo di ridurre il danno, ma di ridisegnare il rapporto tra Stato, entrate pubbliche e dignità sociale.

 

di Francesco Gravetti

 

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